UNA RAZZA ESTINTA DI SERVITORI DELLO STATO

Da il 30 giugno, 2013

1276617200GiuttariMicheleUna Razza Estinta di Servitori dello Stato:
Michele Giuttari e Gabriele Chelazzi.
Immaginate Firenze nel 2005. Immaginate la
squadra del GIDeS all’apice della soluzione del
caso dei Mostri di Firenze. Immaginate il capo
del GIDeS, Michele Giuttari che entra nello
studio di Gabriele Chelazzi con nuove intuizioni
investigative per catturare finalmente i mandanti
dei duplici omicidi di Firenze. La soluzione lì …
a due passi. Ma tutto questo è rimasto un
sogno.
Michele Giuttari. Un Poliziotto sopra le righe, da
molti considerato il numero uno nel suo campo,
per le sue intuizioni e i suoi metodi infallibili.
Giuttari è un poliziotto vecchio stampo, un uomo
onesto, incorruttibile e con un grandissimo
senso di responsabilità. Prima di occuparsi dei
delitti di Firenze faceva parte della Mobile di
Reggio Calabria, poi diresse la Mobile di
Cosenza. Successivamente prestò servizio per
la DIA prima a Napoli e poi a Firenze. Fu suo il
merito di scoprire in parte la verità sui delitti di
Firenze. Uso la parola in parte, perché Giuttari
fu bloccato ad un certo punto, forse perché le
sue scoperte vennero ritenute scomode per
qualcuno. Fondò il GIDeS, un gruppo
investigativo che si occupava appunto dei Delitti
di Firenze. Un gruppo di ragazzi coraggiosi che
mettevano a repentaglio la loro vita
quotidianamente, scontrandosi con una
Procura improvvisamente ostile alle nuove
scoperte che il Gruppo portava alla luce. La
domanda che tutti si pongono oggi è una sola.
Perché?
Giuttari ed il GIDeS nel 2003 vennero
letteralmente puniti dal Questore di Firenze
dell’epoca che, dapprima minacciò i suddetti di
avere pronta una richiesta di incompatibilità
della squadra, dopodiché affermò che il gruppo
era considerato destabilizzante per tutto il corpo
di Polizia.
Sconcertante, umiliante ed anche preoccupante
se vogliamo.
Furono abbandonati da tutti. Il GIDeS venne
sciolto e coloro che ne facevano parte furono
messi a fare lavori fra i più umilianti che
possano esistere all’interno della Polizia.
Giuttari, da uomo di valore che era, si assunse
tutta la responsabilità di quelle azioni ritenute
“destabilizzanti” dalla Procura e nel 2006 subì
una denuncia per calunnia nell’ambito delle
indagini che aveva svolto. Nel 2008 è stato
rinviato a giudizio per abuso d’ufficio in
relazione alla denuncia del 2006, ma il 22
gennaio 2010 viene assolto con formula piena
perché il fatto non sussiste.
Ebbe in un certo senso la fortuna di potersi
rifugiare nella scrittura, che era una passione
che aveva da tantissimi anni e grazie alla quale
oggi è un Romanziere conosciuto in tutto il
mondo.
Notizia di qualche giorno fa è che il TAR, a
distanza di 10 anni, ha dato ragione a Giuttari
ed alla sua squadra, asserendo che fu un grave
errore non promuovere il suddetto poliziotto e
che la promozione non fu data a causa di una
distorta interpretazione della realtà. Ci piace
quindi pensare che nulla è perduto ancora. Ma
questo dipenderà solo da lui a questo punto. Se
deciderà di rientrare in Polizia o meno. Questa
notizia arriva in concomitanza dell’uscita
dell’ultimo suo romanzo “Il cuore oscuro di
Firenze“. L’ultimo ed il più bello, ma di questo
avremo modo di parlare nei prossimi articoli.
Gabriele Chelazzi.
Un Pubblico Ministero coraggioso al quale la
storia deve moltissimo. Si occupò delle stragi di
mafia a Firenze. Fu in quell’occasione che
Giuttari e Chelazzi ebbero modo di collaborare
insieme ed in perfetto connubio. Infatti il primo
nel 1993 svolse le indagini sugli attentati per
mafia verificatisi a Firenze il 27 Maggio del
1993. Quel giorno infatti esplose una bomba
negli Uffizi. Ci furono morti e feriti oltre a danni
enormi al patrimonio culturale e artistico della
Città. Giuttari fu inviato come responsabile
delle investigazioni giudiziarie. Lui studiò le
carte e formulò un’ipotesi che andava a cozzare
con quella delle altre forze di Polizia che
seguivano il caso (questi ultimi avevano
attenzionato 3 ragazzi palermitani che erano
arrivati a Firenze il giorno prima dell’attentato).
Ma la sua fu l’ipotesi vincente, tant’è che
vennero scoperti 28 mafiosi (tra esecutori e
mandanti) che avevano eseguito non solo
l’attentato ai Georgofili, ma anche quelli di
Roma e Milano. Una vicenda che lui seguì fino
alle indagini preliminari. Si arrivò a questi arresti
perché Giuttari, leggendo gli atti, rimase colpito
da un dettaglio, ossia una telefonata avvenuta
sotto il ponte radio di Firenze 24 ore prima
dell’attentato. Era partito da un cellulare
intestato ad un certo Spatuzza Gaspare, che
chiamava una ditta di autotrasporti. Chiese a
questo punto le deleghe di alcuni atti, deleghe
che gli furono concesse grazie appunto al PM
Gabriele Chelazzi che capì l’intuizione.
Successivamente, a Chelazzi fu ordinato di
occuparsi delle trattative tra stato e mafia. E fu a
questo punto che il PM subì in un certo senso lo
stesso trattamento di Giuttari e della sua
squadra. Infatti lamentava molto spesso la
sensazione di essere lasciato solo dalla Procura
di Firenze e che non c’era l’attenzione
necessaria da parte della stessa su un caso
così importante e delicato. L’indagine di
Chelazzi sulla trattativa, ruotava attorno ad un
papello che Riina aveva redatto e nel quale
faceva richiesta di interrompere gli attentati.
Chelazzi interrogò moltissime persone e
probabilmente voleva interrogarne altre, anche
per capire le motivazioni della strage
(fortunatamente mancata) di Roma all’Olimpico,
un attentato che Cosa Nostra aveva ordinato
appunto per mancata trattativa con lo Stato.
Supposizioni suffragate da qualche indizio ma
difficili da verificare; indagini delicate che
potevano apparire fumose a chi non le
«viveva» dall’ interno come lui.
La vita di Chelazzi si interruppe
improvvisamente, stroncata da un infarto. Non
fece neanche in tempo a spedire una lettera che
poi fu trovata tra i suoi effetti personali,
indirizzata al procuratore di Firenze (Ubaldo
Nannucci). Nella lettera tutta l’amarezza di un
uomo di valore che provava un senso di
solitudine enorme di fronte ad una indagine così
complicata e pericolosa.

archivio - pricolo - Gabriele Chelazzi

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