POTREI RACCONTARVI LA PESCARA ANNI ’90

Da il 23 maggio, 2013

 2307746944_21db39f709_bPotrei raccontarvi come si diventa umani in una città che crede prima di tutto nel senso profondo della spiaggia, nella poetica del lungomare con le palme e nell’abbronzatura permanente come diritto inalienabile.

Potrei raccontarvi di come eravamo felici e disperati in tre sul Sì Piaggio, sempre pronti a saltare giù prima di un posto di blocco, di come potevi sembrare fuori tempo ed estremista con un abbonamento dell’autobus, di come poteva essere emozionante trovare Dino Rosa in parrucca bionda in cima alla gradinata del liceo ‘dei colli’ che ci invitava a scioperare. Di come siamo tutti vivi per miracolo (un’intera generazione privata del casco e di qualsiasi forma di conoscenza del codice stradale), e di come invece qualche bel sorriso è andato via per sempre.

 Potrei parlarvi della cultura paninara e delle toppe Naj Oleari e di come eravamo persuasi del fatto che fare il P.R. addetto alle prevendite fosse un lavoro vero. Di come non avevamo nessun Guccini che cantasse sotto i portici ‘Oh come eravamo artistici e filosofi’, ma tanta gente che urlava ‘Forza Pescara alè alè’. E di come poi un Sessantotto ci veniva restituito sbiadito e ammaccato da professori disillusi con la coda tra le gambe. E di come gli anni Ottanta fossero privi di qualunque ideologia e politicizzazione perché più che la rivolta fra le dita, quello che sentivamo intensamente nelle mani era solo Gel Effetto Bagnato steso male.

Ma che colpa abbiamo noi! Sarà una bella società!

E forse la politica si faceva comunque. Quanta struggente consapevolezza in quella frase sul muretto del lungomare “Ridateci i cannolicchi”, urlata ai locali ladri di sogni e di futuro.

Potrei parlarvi anche di che razza di turpi pensieri, parole, opere e omissioni incubavano dentro di noi a scuola dalle suore e di come veniva instillato – a partire dall’asilo in su – quel Senso Di Colpa che sarebbe andato via molto più tardi (con fatica?). Di come ancora oggi alla vista di una suora vestita di nero e viola ci si possa sentire come le protagoniste di “Magdalene”.

 Vi potrei raccontare di quando gli appuntamenti si davano all’Elefante, e quando Piazza Salotto non era ancora ricoperta di frigide pavimentazioni perché era ancora libera da certe influenze giapponesi. Di quando c’erano solo due cose da fare: vedere chi c’era al Caffè degli artisti e vedere chi c’era da Thomas. E di quando gli altri, cioè tutti quelli del Caffè degli artisti e tutti quelli di Thomas, sapevano assolutamente e ossessivamente tutto di te, e lo sapevano nei minimi particolari anche molto tempo prima che tu decidessi di fare le cose. E non era proprio una cosa meravigliosa.

Potrei provare a spiegarvi quanto fosse importante per noi la musica, che era la colonna sonora delle nostre felicità e dei nostri dolori, ma anche sogno e fuga, quando ci sentivamo tutti un po’ eroi o un po’ vittime – mica sapevamo di esserlo allora –, cupi, emaciati e sofferenti nelle nostre camerette con David Bowie in sottofondo. Prima del download illegale c’erano la radio e la registrazione su cassetta, quando cercavamo di emancipare i nostri provincialismi con i primi dieci in classifica. Si può forse dimenticare quel grande spunto di riflessione filosofica per adolescenti confusi che fu Why can’t I be you? E come eravamo poetici a quel concerto dei Fluxus in quel  locale di piazza Unione. Cito da L’Uomo ghignante (brano dell’album “Pura lana vergine”): “Agisci come sai, muoviti come sai, difenditi dal rogo del mondo”. Punk hardcore italiano?

 E vorrei raccontarvi di quanto ci sembravano pieni di significato i testi di Luca Carboni e di Finardi (Roccando Rollando) e di quanto potevi sentirti diverso e appartenente a una minoranza ascoltando i Talking Heads a Pescara (una minoranza!). E di come fosse fuori discussione per qualcuno di noi il fatto che Cindy Lauper fosse centomila volte meglio di Madonna.

Potrei raccontarvi di come ci sembravano rivoluzionari Kurt Cobain o Courtney Love sul palco senza mutandine, ma di come sappiamo commuoverci ora di fronte al video di un Bob Dylan giovanissimo con accanto Joan Baez in candida camicetta bianca.

Potrei raccontarvi di quando a un concerto fedele alla linea dei CCCP nell’85 in un teatro in perfetto stile fascista ci venne in mente che la vita era stracolma di contraddizioni. E di quanto eri sicuro di aver scelto da che parte stare ritrovandoti in una cine-sala parrocchiale per il film su Paz.

E quei nostri Fuori Uso erano un’avanguardia oppure era già tardi per tutto? E in quelle feste con quei memorabili comizi a casa di Giovanni Lolli c’era o no un po’ di immaginazione al potere?

E noi, allora, stavamo al mondo come la paglia sta al grano?

Sulla nostra spiaggia non c’era il festival della poesia di Castelporziano, non avevamo nessun ‘assessore dell’effimero’, ma avevamo i premi Flaiano e tutte quelle retrospettive che ci seducevano ogni anno. E potrei raccontarvi come tra una conferenza stampa sul dragaggio del fiume Pescara e una sulle prove di evacuazione a scuola, poteva capitarti anche di fare una foto in braccio a Ferlinghetti,Ve lo giuro sui Radiohead”…

Potrei raccontarvi di quante gioie e dolori poteva regalarti il giornalismo in provincia per degli eterni dilettanti ed eterni co.co.co. e di come un capo con gilet progressista cercava di governare diverbi e piccoli narcisismi locali nella redazione di un quotidiano molto in voga tra gli ultrasettantenni. E l’amico Maurizio D.F., giornalista dj, con felpa e cappellino che, se potesse, starebbe ancora lì avanti e indietro con il suo traffico di cd tra il giornale e Screamadelica

Potrei raccontarvi di come Laura, femminista a oltranza, sostituì I promessi sposi ministeriali con On the road, messo accanto a una Divina Commedia mai uscita dall’Inferno,“perché è più divertente”…

E di come in una passeggiata notturna nella riscoperta via dei Bastioni, rollando tabacco e bevendo in giro con Maurizio Di Fazio, Alessandro Ricci e Paolo Ferri, avevi la netta sensazione di trovarti accanto a Hemingway, Kerouac e Gregory Corso.

E potrei raccontarvi come vorrei ancora poter tornare a casa all’alba e trovare mia madre in cucina che mi chiede ‘quand’è che vivrai per bene?’ O mio padre, ‘che farai della tua vita?’, per rispondere loro come in “Girls just want to have fun” che ‘le ragazze vogliono solo divertirsi e che i ragazzi prendono una bella ragazza e la nascondono dal resto del mondo… Io voglio essere l’unica a camminare nel sole, le ragazze vogliono solo divertirsi’.

Potrei raccontarvi per bene anche di come sarei perfettamente in grado anche adesso di ballare come Boy George “Do you really want to heart me” in un ‘Wake Up’ fumoso, con le cuffiette nelle orecchie, mentre tutti gli altri pogano…

Questo potrei raccontarvi.

 

About Francesca Ventura Piselli

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