IL MOSTRO DI FIRENZE: LA VERA VERITÀ, FINALMENTE?

Da il 27 marzo, 2013

248135_1904977736750_5382893_nACCADEVA IL 6 APRILE 2007
«Mostro – Dopo 12 anni Giuttari esce di scena.  L’atto finale, prima dell’uscita di scena, è un’informativa di 250 pagine che
racconta la storia dell’omicidio di Francesco Narducci, i collegamenti con i mandanti del “mostro” di Firenze e i depistaggi per scongiurare che la verità venisse a galla. Michele Giuttari firma il dossier e lascia per sempre le indagini sui duplici delitti e sulla misteriosa morte del medico perugino. Lascia nelle mani del pm Giuliano Mignini, Gabriele Paci e Giuseppe Petrazzini con una certezza: il professore umbro era collegato con i delitti fiorentini e, muovendo la sua informativa, i magistrati possono fare dei passi in avanti. Dopo 12 anni “cambio pagina” ha spiegato lo stesso Giuttari. “Prima come capo della Mobile di Firenze ho dato la svolta alla storia del mostro con l’intuizione dei delitti di gruppo, poi ho continuato a collaborare sui mandanti e su Narducci. Ora ho messo la mia ultima firma”. Come esce dall’indagine? “Con la soddisfazione di chi ha contribuito ad accertare la verità su una storia che sembrava di difficilissima soluzione e con l’amarezza per le ultime vicende di cui sono stato protagonista”. Su Giuttari e Mignini pesa infatti l’avviso di conclusione delle indagini della procura di Firenze che “accusa” il magistrato perugino di aver svolto un’indagine parallela per aiutare il poliziotto inquisito a Genova e poi prosciolto. Un’indagine scandita da veleni incrociati che ora è sbarcata anche a Torino, dove Mignini è stato sentito per ore da due magistrati dopo la denuncia presentata proprio contro il pm che lo ha inquisito». Erika Pontini (LA NAZIONE)
Questo avveniva sei anni fa, quando per l’appunto le indagini sui mandanti del
Mostro di Firenze ebbero uno stop causato da pressioni, querele e diffamazioni
contro magistrati e poliziotti che si occupavano del caso. Perché si arrivò a questo
punto? Semplice. Perché gli inquirenti ipotizzavano dei depistaggi che ruotavano
attorno alla morte del medico Narducci apparentemente per un suicidio. Infatti il
gastroenterologo perugino fu ritrovato cadavere il 13 ottobre 1985 nel Lago
Trasimeno. Ma il suo nome anche in passato fu spesso collegato a quello del Mostro
di Firenze. E quel giorno molte cose furono fatte di fretta e al tutt’oggi lasciano dubbi
sulla correttezza delle procedure e ci pongono davanti una domanda che fa paura: il
cadavere sul Pontile di Sant’Arcangelo era davvero quello di Francesco Narducci?
Sicuramente presentava le caratteristiche tipiche di chi è stato in acqua per molto
tempo, quindi si ipotizzò subito una tragica fatalità. Un suicidio. Ma poi una
telefonata anonima nel 2001 a una signora per una storia di usura. Nella
telefonata si cita la morte “dell’amico di Pacciani, il medico Francesco
Narducci” ed è da lì che partirà la seconda fase dell’inchiesta Mostro di Firenze.
Approfondendo le indagini, aiutati anche da testimoni oculari presenti sul pontile il
giorno del ritrovamento, si scoprirono molte anomalie. Innanzitutto che non fu fatta
l’autopsia sul cadavere. Si analizzano le foto del ritrovamento e, tramite un esame
antropometrico sulla salma (aiutati dalla pavimentazione del pontile rimasta la
stessa di allora) si scopre che il cadavere ripescato non è alto più di 1.65. Narducci
era alto 1.80. Da qui si procede con la riesumazione del cadavere per ulteriori
accertamenti e da qui la scoperta più importante. Il cadavere all’interno della bara
è sì quello del Narducci, ma non presenta i segni tipici di un cadavere immerso in
acqua per ore (il perito parlerà di cadavere in buono stato, privo di segni di
saponificazione e senza i rigonfiamenti tipici di un corpo che è stato immerso
nell’acqua per giorni). In più la salma indossa vestiti diversi rispetto a quelli che
indossava il giorno del ritrovamento. Da qui, quindi, l’ipotesi di uno scambio di
cadaveri. Effettuando successivamente l’autopsia, si scoprirà che il cadavere di
Francesco Narducci aveva l’osso del collo minutamente lacerato e che la frattura era stata
causata da asfissia violenta prodotta mediante costrizione del collo o di tipo
manuale o con laccio. Inoltre si scoprirà che il medico perugino, nell’ultimo periodo
della sua vita faceva uso frequente di meperidina, ripetutamente e con continuità.
La meperidina è un analgesico oppioide sintetico, antidolorifico, ma l’abuso del
medesimo porta ad alterazioni simili a quelle della morfina. Secondo il medico
legale di Perugia, che esaminò il cadavere, Narducci, sotto effetto di
questa sostanza avrebbe opposto una limitata resistenza a chi lo stava uccidendo.
E’ proprio di fronte a questi nuovi fatti che Michele Giuttari, il suo entourage e il
pm di Perugia Giuliano Mignini iniziarono una nuova indagine su presunti
mandanti per i delitti del Mostro di Firenze, ma furono immediatamente bloccati.
Tutti noi capimmo subito che gli inquirenti avevano probabilmente toccato dei
poteri forti. Ci furono anche dei depistaggi nel tentativo di riportare l’opinione
pubblica e parte della magistratura verso un’idea diversa rispetto a quella
formulata fino ad allora dagli inquirenti e Michele Giuttari e Mignini furono
addirittura indagati per abuso d’ufficio, ma poi assolti con formula
piena.
Il caso da oggi è di nuovo aperto. La Corte di Cassazione ha dato
ragione al pm di Perugia Giuliano Mignini e a Michele Giuttari, ex Capo
della Mobile di Firenze ed ex capo del GIDeS (Gruppo Investigativo
Delitti Seriali). Solo l’associazione a delinquere decade per la
Cassazione, ma gli altri capi d’accusa restano in piedi, praticamente 17
capi d’accusa su 20.
Tornano quindi al Gip (dopo l’annullamento della sentenza) le accuse
di minacce a pubblico ufficiale e rivelazione di segreto d’ufficio
contestate ad Alfredo Brizioli, il quale è anche coinvolto in un’accusa di
favoreggiamento per aver indotto alcuni consulenti a negare la
presenza della frattura al collo di Francesco Narducci. Lo stesso è
anche coinvolto assieme all’ex questore Francesco Trio con il concorso
di Mario Spezi (giornalista e autore di un libro sul Mostro di Firenze) di
aver turbato la regolarità delle indagini del GIDES guidati da Michele
Giuttari.
Annullato inoltre il proscioglimento di Spezi, che rimane imputato dei
reati di calunnia e diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Vinci.
All’epoca fu arrestato per aver creato false prove a scopo di riportare
l’attenzione sulla tesi della pista sarda, non tenendo conto di elementi
oggettivi che avvaloravano già all’epoca la tesi dei mandanti.
E’ un’occasione nuova per gli inquirenti. Un’occasione da non lasciarsi
scappare. Un nuovo spunto che ridà vita ad uno dei fatti di cronaca che
più ha colpito e sconvolto l’opinione pubblica mondiale. Ma è anche un
modo di ridare speranza ai parenti delle vittime che ancora aspettano
un Perché. Perché gli omicidi di coppiette appartate nelle campagne
fiorentine? E sopratutto perché uccisi in quel modo? Ho scelto per
questo numero una foto che riassume nella sua immagine le parti lese
di questa vicenda. Da un lato Renzo Rontini, padre coraggioso di una
delle vittime, Pia, di appena 18 anni; un uomo che non si diede mai
pace e che passò il resto della sua vita a ricercare la verità, perdendoci
i soldi, la casa, la salute e infine anche la vita, diventando senza
volerlo un po’ il simbolo di questa storia. Dall’altro Michele Giuttari,
Capo prima della Mobile di Firenze e poi del GIDeS, l’uomo che in
brevissimo tempo ebbe un’intuizione investigativa rivoluzionaria
grazie alla quale finirono in carcere (con sentenza definitiva
pronunciata dalla Cassazione) alcuni degli esecutori materiali, i
cosiddetti “Compagni di merende“, ma che nel momento in cui si
occupò dei “mandanti” dei delitti fu delegittimato, infangato e,
addirittura,pure condannato per abuso d’ufficio assieme al pm
Mignini (prima di essere assolto con formula piena). Sono in molti
oggi a chiedere che le indagini riprendano vita, c’è una forte sensibilità
da parte dell’opinione pubblica a questa vicenda, tutti sentono che la
parola FINE non ancora può essere pronunciata ed è come se tutti
aspettassero che quell’abbraccio tra Michele Giuttari e Renzo Rontini
possa diventare un abbraccio eterno che consegni alla giustizia i
colpevoli di questi orrendi delitti.
Un ultimo ma non meno importante pensiero va a quegli uomini che
restano nell’ombra, ma il cui apporto è assolutamente indispensabile
al fine della ricerca della verità. Uomini coraggiosi, che hanno sofferto
in silenzio per una Giustizia che, anche per loro, è arrivata forse un po’
troppo tardi. Parlo degli uomini del GIDeS, squadra fondata da Giuttari
e che si occupò esclusivamente di questa vicenda. Michelangelo Castelli, Alessandro Borghi, Joseph Costa, Vincenzo
Mele, Silvio De Iorio, Tiziana Colucci.
Questo articolo è dedicato anche a loro, per il lavoro svolto e per il
coraggio. E’ anche grazie a loro se parte della vicenda “Mostro di
Firenze” è stata consegnata alla Giustizia.

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