NON SOPPORTO QUELLI CHE NON SOGNANO…

Da il 9 luglio, 2013

Bronze-Fonzie-1Ho sognato che chiamavo un taxi nel traffico muovendo le mani come per twittare con il telefono anziché fare un cenno con il braccio e che se in coda al semaforo, con il verde scattato da un secondo, il tizio di dietro suonava, invece del silenzioso dito medio facevo come per scrivere una mail a due mani sul BlackBerry.

Ho sognato che cercavo disperatamente un fiore messo a seccare nel mio eBook e che nel dire ‘pronto’ per simulare una telefonata muovevo la mano come una cornetta, tipo la sora Cecioni di Franca Valeri.

Ho sognato che tutti quelli seriamente indignati per l’uso sempre più diffuso di ‘piuttosto che’, ‘come dire’ e ‘assolutamente sì’ – in una scala da uno a dieci, indignazione a dieci – venivano rastrellati nelle città e portati una settimana alle terme per rilassarsi e leggere poesie. Vi prego, la discussione è vecchia.

Ho sognato che i giornali di carta non esistevano davvero più e che online c’era rimasto solo Topolino perché l’artista concettuale Kenneth Goldsmith era riuscito a Stampare Tutto Internet in cinque miliardi di fogli A4.

Ho sognato che nel Sistema Paese Italia non c’erano più né apocalittici né integrati, e nemmeno la destra e la sinistra (che poco prima della fine avevano iniziato a dire e fare entrambe qualcosa di sinistra), che la primavera grillina era ormai un sogno nel sogno, che il potere era buono e i parlamentari tutta brava gente. Ho sognato che avevamo un unico grande partito con a capo Jep Gambardella, ed era come una grande festa, una Grande Bellezza. “A far l’amore comincia tu!”, cantavamo nei cortei, mentre organizzavamo Staffette tra co.co.co. e babypensionati. Il lavoro non era più necessario perché l’Italia era una repubblica fondata sul narcisismo e la vanità produceva ricchezza. La politica era completamente cambiata, l’Inciucio era un tipo di panzanella, il Ribaltone una frittata e il Tesoretto un semifreddo… L’informazione era veramente libera, il Tg1 lo apriva Carmelo Bene come Crozza a Ballarò e i servizi sul maltempo venivano portati dai dieci minuti ai tre.  L’unico programma post-web, a reti unificate, era un interminabile Blob dei fasti che furono, ma Dagospia restava sempre la Grande Fonte delle redazioni giornalistiche.

Ho sognato che Ruby Rubacuori era ormai una scultura di marmo attaccata a un palo da lap dance e che veniva ricordata come un eroe della resistenza.

Ho sognato che le donne italiane si consegnavano definitivamente al pornoterrorismo e che quelle pakistane erano libere di ballare sotto la pioggia.

Ho sognato che George Bush, presidente degli Stati Uniti forever, inseriva l’Italia nell’Asse del Male e che in uno dei suoi tentativi – sempre ben riusciti – di esportare la democrazia attaccava il nostro amato Stivale e la Corea del Nord con un lancio di classici della letteratura. Anche in Italia non si legge, quasi come in Corea del Nord, ma lì le librerie non ci sono.

Ho sognato che nelle città con ampie superfici di sampietrini, buche e toppe messe male, i cittadini potevano avere rimborsi dal Comune per i tacchi rovinati e i ‘mal di schiena da uso di motorino su strade assurde’ (una nuova patologia). E che la pressione dell’acqua in certi condomini era notevolmente aumentata perché anche lavarsi i capelli decentemente era riconosciuto come un diritto incedibile. Ho sognato cioè un Welfare State degno di questa parola.

Ho sognato che l’amore era per sempre considerato un ‘bene inferiore’ e che l’autostima si curava in day hospital con lezioni di tango finladese, che la psicoanalisi era mutuabile perché si era capito per bene che l’anima doveva avere il suo medico proprio come il corpo, e che giudici ed insegnanti facevano uno scambio di stipendi perché si era capito per bene che educare era più importante che giudicare.

Ho sognato che le piazze erano talmente Smart, Intelligenti e Tecnologiche che s’indignavano e manifestavano da sole, anche senza gente. Ho sognato che era tutto interamente pedonale, e che i bambini a scuola ce li portavamo con i cacciabombardieri F35 sventolanti bandiere della pace, ormai li avevamo comprati.

Ho sognato che in un micidiale analfabetismo digitale di ritorno non sapevamo più scaricare una suoneria, ma che eravamo tutti meno soli perché su WhatsApp oltre a vedere l’ultimo accesso altrui veniva rivelato anche se qualcuno aveva avuto una vaga intenzione di scriverci e poi non lo aveva fatto.

Ho sognato che Pompei non c’era più, ma che ne avevamo tutti un pezzo in salotto. Tanti complimenti dall’Unesco per l’esempio di democrazia partecipativa.

Ho sognato che anche l’analista restava perplesso sulle possibili interpretazioni di un sogno così.

Ho sognato che la rivoluzione la facevamo tutti insieme scendendo per le strade e ballando il boogie woogie come in Happy Days.

Anche se sul più bello Arthur Fonzarelli ci diceva: Ehi, io non sono un sognatore, io vengo sognato… Io me vado, voi mantenete questo ballo al livello di Fonzie!

 

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