IL FUTURO DISUMANIZZATO, GELIDO E SUBLIME DI GIACOMO COSTA

Da il 23 ottobre, 2012

I resti delle sue città sono modellate da questa natura indomabile e sublime.

Palazzi che diventano un tutt’uno con le bizzarrie di una terra che abbiamo reso sempre più instabile.

Una terra che si è ribellata all’uomo, fino ad arrivare ad estinguerlo.

Una natura suprema su tutto.

E  ancora pareti, cemento, architetture metafisiche, capaci di essere divorati e trasformati in una pelle vegetale.

Questa è l’opera di Giacomo Costa, artista fiorentino, che immagina così il futuro.

Città che hanno perso identità, da deserti di cemento a floridi giardini, privi di vita umana.

Un’umanità assente, vendicata da una natura acida.

Le sue non sono solo foto, ma veri dipinti digitali, dove l’artista riesce a dare sfogo a tutte le sue previsioni catastrofiche.

Ho conosciuto l’opera di Giacomo Costa alla Biennale di Venezia  nel 2009 e ne rimasi entusiasta nel guardare quei giardini.

Anni dopo, per puro caso, invece ho conosciuto lui.

Sono rimasta subito colpita dal suo essere l’opposto dello stereotipo dell’artista che l’immaginario collettivo può immaginare.

Un piccolo uomo dalla grande dialettica,  capace di incantarti per ore,  grazie ai suoi racconti.

Emerge subito una personalità curiosa e una bizzarra formazione, una vera personalità eclettica.

Un pessimo rapporto con la formazione scolastica, considerata da lui castrante.

Motociclista di corse clandestine,  alpinista, volontario sulle ambulanze, ed infine costruttore di pipe.

Non parla mai della sua arte Giacomo,  ma la sua arte esce costantemente nelle sue parole, un arte che non ha bisogno di un linguaggio della critica, un’ arte pop, intesa come popolare, fruibile da tutti e per tutti, proprio come lo è uno spettacolo teatrale, un film, una musica, un concerto rock.

Nei suoi inizi artistici, le città hanno un ruolo dominate rispetto alla natura. Ci troviamo di fronte ad enormi cantieri, l’architettura, il cemento conquistano l’uomo e la natura subisce, ne è sottomessa.

Nel 2006 nella serie Atti quelle città gigantesche vengono distrutte da altro cemento, elementi architettonici futuristici e metafisici.

Il 2007 è l’anno delle città sommerse, nascoste, mangiate, affogate dall’acqua, creando un atmosfera sospesa, senza respiro, opprimente.

Il 2008 è l’anno della rivolta. La natura si ribella alla civiltà umana. Una natura vendicativa nei suoi Secret Gardens.

Nell’ultima fase della serie Landescape l’artista va oltre la previsione di distruzione dell’uomo e trionfo della natura, nessun vincitore.

La natura ormai è contaminata, dalla mano dell’uomo. Un’umanità che ha prodotto idrocarburi, plastica, radioattività.

Un’umanità che si è autodistrutta, autosconfitta, ma ancora presente da una firma di una assenza.

About Ilaria Bibbo

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*