FRANCESCO ANDRISANO, E DELL’ARTE DI DIRSI SUPEREROI

Da il 23 dicembre, 2014

andrisanoQuando Francesco Andrisano ci accoglie nella sua casa studio, le scale del condominio sono immerse nella musica dei Pink Floyd. Tra l’allure di una bottega medievale e la praticità dei moderni monolocali, i luoghi, con le loro qualità dicotomiche, assorbono e riflettono la vita di chi le abita: Francesco Andrisano si definisce un “supereroe: di giorno grigio impiegato in un’azienda, al calar della sera indosso la calzamaglia da eroe e dipingo“. Il suo carattere saliente? La libertà, endemica come una malattia insanabile. La sua arte? Un moto spontaneo come respirare: si piega alla libertà, l’asseconda tanto da non poter subire etichettature. Francesco Andrisano vive per l’arte, sia quando la pratica sia quando l’abbandona, “anzi allora la pratico di più“. Nasce a poca distanza temporale dal sessantotto, a Fragagnano nella provincia di Taranto, frequenta il liceo classico mentre sogna il futuro tra le aule dell’accademia di belle arti. Poi un intoppo banale e la sua vita vira a Pescara, diretto all’ateneo D’Annunzio.

 Cosa ti ha lasciato aver frequentato la facoltà di architettura?

Innanzitutto, mi ha dato la possibilità di conoscere tantissima gente. Con alcuni miei colleghi universitari formavamo un gruppo di mezzi artisti, appassionati di arte e di musica. Invece (il tono si fa serio) studiare architettura mi ha insegnato soprattutto le tre dimensioni: pensare l’idea e costruire, sempre in tre dimensioni, l’opera d’arte. Sai, l’architettura è la summa di tutte le arti, per questo conoscerla è utilissimo.

Quando hai realizzato la tua prima opera?

Ho iniziato a fare arte appena ho imparato a distinguere il bianco dal nero; bianco e nero che oggi è divenuto il mio tratto distintivo. Non ricordo un anno preciso e non sono in possesso di un’ opera che considero prima, però ho un ricordo: avevo cinque anni e venivo portato a trascorrere i weekend nell’atelier di mio zio Mario, un umile operaio appassionato di pittura. In quelle occasioni mi estasiavo dinanzi alla magia dell’arte ma ero troppo piccolo per elaborare concetti: l’estasi era puro istinto. Credo che l’arte abbia singhiozzato in me da sempre, anche se solo quando mi sono trasferito a Pescara ho intuito questo superpotere latente, all’inizio tentando di governarlo, fino a capire che non si può domare e che proprio questa è la sua parte più bella.

Prova a spiegare le tue opere a chi non le ha ancora viste.

Riassumo la mia poetica con l’immagine di un diaframma, un ponte tra quello che io stesso apprendo nel momento in cui realizzo l’opera e ciò che può percepire il fruitore vedendola finita.

Hai uno o più messaggi che vorresti far arrivare a chi guarda i tuoi lavori?

No, nessun messaggio se non sperare che tutti siano liberi di pensare e di vedere quello che vogliono nelle mie opere.

Come nascono i tuoi quadri?

Con il primo tratto che metto sulla tela o sul foglio quando comincio a disegnare, ed è proprio quella linea a caratterizzare l’opera finita. Si tratta di un passaggio guidato dalla casualità perchè da principio non mi pongo nessun tema e non stabilisco a priori cosa farò, faccio e basta. Solo successivamente elaboro, come in un sogno o come in un film di Kubrick che all’apparenza sembra senza senso e invece ha un fil rouge sotteso. Disegno o dipingo e intanto inseguo la conoscenza di me. Hai presente un viaggio introspettivo?

Nelle tue opere sono spesso presenti parole o intere frasi, viene prima la scrittura o la parte figurativa?

La scrittura è comunque un segno grafico, con l’aggiunta di una denotazione fondamentale che è la fonica. Quindi la scrittura, come segno concettuale e tonale, è vicina alla pittura. Intendo il dipingere, il disegnare e lo scrivere come viaggiare all’interno dello stesso fiume: è un rapporto unico, un canale unico.

Ricordi un momento della tua vita in cui sei stato particolarmente prolifico?

Sì, durante il novantotto ho vissuto un’esplosione. Non so per quale motivo o forse lo so ma non lo vorrei dire: è stata come l’uscita della crisalide. Anche adesso sto vivendo un momento molto prolifico, anche se vissuto in maniera molto più matura rispetto al novantotto.

La tua ultima mostra l’hai intitolata Uno diverso dall’altro, come mai?

E’ stata la risposta a quello che mi disse tempo fa Elio Di Blasio, grandissimo artista concettuale di questa terra abruzzese che, vedendo i miei lavori, non riusciva a incasellarli in nessuna area artistica. Ho capito che per la gente non era possibile identificarmi proprio perchè qualsiasi mio lavoro è proprio uno diverso dall’altro: non c’è uno stile ma un continuo divenire. Soffermarmi su uno stile mi potrebbe dare benefici anche a livello commerciale ma non me ne frega.

Ti aspettavi tutto questo plauso dal pubblico?

No, non me l’aspettavo ma mi ha soddisfatto molto.

Torniamo alle opere, fai un largo utilizzo dell’inchiostro, cosa ti affascina di questa tecnica?

Le origini di questo incanto sono lontane: da bambino non ero così tanto ricco da potermi permettere i colori, avevo la popolarissima penna bic nera con la quale facevo le prime acrobazie. Sopperivo a tutti i colori con il bianco ed il nero. Il mio professore di arte, ogni volta, appena finivo i lavori, mi faceva firmare e me li fregava. Se mi beccava a disegnare i cartoni animati, i robot e le altre cose stupide mi schiaffeggiava dicendomi che non ero fatto per disegnare quelle cose; mi redarguiva suggerendomi di disegnare altro.

Oltre al tuo professore, chi altro ha creduto nelle tue capacità?

Mio padre. Per farti capire, i colloqui con i professori del liceo andavano sempre malissimo, soprattutto quelli del primo quadrimestre quando mi permettevo delle mini vacanze (sorride). Beh mio padre, che era carabiniere, anziché portarmi a casa ed inchiodarmi al muro, mi accompagnava in cartolibreria dove potevo scegliere tele e colori. Non a caso ho dedicato Uno diverso dall’altro a mio padre.

Qual è la musica che più ascolti?

La stessa che sto ascoltando ora. Pink Floyd soprattutto. e, in generale, la musica che mi dà la possibilità di andare oltre la musica che sto ascoltando-

Come trovi l’ambiente culturale abruzzese?

Veramente ricco, interessante, pieno di idee, di passione e di persone che vogliono fare.

Un artista nella regione da tenere sott’occhio?

Francesco Andrisano e Millo. Quest’ultimo per l’impegno, la tenacia e la passione che mette in quello che sta realizzando.

 

 

 

 

 

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