MORBOSI D’ITALIA, LA “MERDA” S’È DESTA

Da il 28 novembre, 2013

timthumbSplendida interpretazione della camaleontica Silvia Gallerano, che ingloba disperatamente in sé  ogni personalità che il personaggio da lei interpretato assimila nella sua storia. Figure nauseanti, pesanti, ricorrenti, ingoiate e rigettate con vibrazioni gutturali e alternanze vocali che creano un climax emozionale degno della colonna sonora di un thriller.

Non è una storia, né una lezione. Non c’è una morale né un assassino. Sono tutti colpevoli, sono tutti una di quelle voci, e tutti ne hanno in testa più di una. Per questo è così facile riconoscerle.

L’attrice ci attende seduta su una sedia, al centro del palco, nuda come carne pronta al macello, canticchiando indifferente come se fosse lì da sempre per questa chiacchierata. Perché è sì un monologo, ma la somma non è data da un finale interno alla sceneggiatura, il trattino che precede la somma è un percorso che incornicia addendi di situazioni e nevrosi, che il pubblico riconosce (purtroppo e per fortuna) e grazie alle chiavi di lettura che ci danno può scrivere da solo la somma finale. Durante lo spettacolo ogni cifra, ogni significato, prende forma nella sua testa. Anche perché è una storia che già conosciamo, e ribadirla con lezioni di vita e morale sarebbe stato banale.

La protagonista narra le vicende della sua infanzia, della sua adolescenza, e della sua attuale giovinezza con un filo conduttore che ci permette di comprendere quanto le sagome che caratterizzano il nostro Bel Paese si siano distorte, caricaturizzate anche nella realtà, partorendo un figlio ossessivo, socialmente e morbosamente bulimico, esasperato e solo.

Ed è effettivamente, sempre, un problema di educazione. L’educazione culturale, l’educazione sessuale, l’educazione psicologica, l’educazione alimentare, l’educazione affettiva. Educazioni spesso asettiche, che non ci danno nessun mezzo per affrontare il marciume, senza elevarlo e capire che il coraggio non sta nell’essere pronti a tutto, anestetizzati dal niente che il nichilismo culturale ci sussurra di notte come l’insistente ronzio di un frigo; il coraggio non sta nell’oltrepassare da soli la linea gialla, ma nel vivere su di essa senza vederla come un limite, comprenderla, conoscerla, ridisegnarla.

Il soggetto di Ceresoli ritorna continuamente nei luoghi dell’infanzia, alla ricerca di un significato, di un problema irrisolto. Incastrata in una ricerca più grande di lei, senza i mezzi giusti, la protagonista s’ingozza, perché l’abbondanza è richiesta, l’abbondanza è riconosciuta, perché quella nausea, in un senso autolesionistico, le permette di riempire un vuoto più profondo.  Questo circolo vizioso viene rappresentato con immagini al limite dello splatter, in un crescendo di pulsioni violente ed effimere esplosioni per schivare l’implosione.

Nonostante le fitte non se ne ha mai abbastanza, perché solo questo ci hanno abituati a conoscere, e darci la Cura ormai non conviene più.

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