“Di far da cantastorie non c’è più necessità, credetemi”

Da il 12 dicembre, 2011

Non so perché lo sto facendo. Scrivere un diario. Forse per riuscire ad incanalare tutta la mia coscienza e la mia materia grigia in uno scorrere furioso come un fiume in piena. Forse solo per vanità, per passatempo, per esorcismo, per divertimento… C’è un grosso affanno in quel che faccio. Io ogni cosa. In questa più che in altro. Io mi ritengo un giovane dagli ignobili pensieri, ma dalle gesta completamente contrarie.

Non ricordo come e quando sia cominciata questa cosa, forse quando frequentavo le scuole medie, forse qualche anno più tardi. Fatto sta che ora mi ritrovo qui. Forse questo è un tentativo vano. L’ultimo approdo possibile prima dell’oblio. Un tentativo disperato di fare una lastra approfondita dei pochi detriti che rimangono della mia anima, che come granelli insignificanti, trillano a ogni sobbalzo delle mia trippa, a ogni singolo movimento dei miei muscoli.

Questo non sarà un diario nella concezione tipica del termine. Non vi saranno resi noti i dettagli delle mie giornate. Con quante persone ho litigato a lavoro, quante ragazze mi hanno sorriso, né tantomeno quanto sono belle le piante attraversate dai raggi di sole, no di certo. Non lo so cos’è che sarà. Lo sto facendo per una ragione che non sono ancora riuscito a decifrare. È più simile a un’esigenza fisiologica. Un lento, contorto movimento intestinale che accompagna l’esigenza dello svuotamento. A modo suo sarà letteratura. Non un capolavoro, per carità di Dio, ma lo zero assoluto. L’alfa e l’omega allo stesso tempo. Non sarò acclamato, inneggiato, reso famoso da recensioni o ospite di talk-show televisivi della domenica. Sarà fallimento, nel vero senso della parola. La catastrofe della letteratura contemporanea. Fino a che non arriverà il giorno in cui morirò. O che diverrò qualcos’altro. Una bottiglia di birra, un pacchetto di sigarette, un moscerino del vino o un cavallo. Un grosso, muscoloso cavallo senza briglie, guidato solo dai raggi del sole e dal vento.

Pare non ci sia rimasto quasi più nulla da dire. Per quel poco che resta non ci saranno orecchie ad ascoltare. Le parole, i suoni, i dipinti, sono come i clacson delle macchine o le pubblicità sui cartelloni. I libri non hanno più nessuna fretta di essere scritti. Cosa posso mai fare io? La letteratura sta lì, inafferrabile, silenziosa e immobile come una pozzanghera. Puoi  solo decidere di specchiartici dentro o di frantumarla con una pedata. Chissà se ne vale davvero la pena provarci, finire impiccato tra le parole. Essere  un contrabbandiere, un fuorilegge della letteratura. Tutto consumato in fretta e sottobanco.

Se questo servisse a sturare orecchie e cervelli, varrebbe di certo la pena. Se si potesse creare una nuova generazione mi ci strozzerei con le parole io stesso, per primo. Ma non prendetemi in parola non fatelo. Significherebbe morire di fame, affogare tutto nella notte, marcire in galera, la pazzia, beccarsi l’aids, l’alcolismo, gli strilli, gli abbagli e gli urli, gli amori con lo scolo. Mica le ragazzine che sbottano sui marciapiedi! Avrebbe davvero senso, impazzare coi miei angeli, coi miei santi nella più totale libertà del non luogo che è il mondo. Rischiare di crepare accoltellati da una mano sconosciuta, di morire accasciati come prosciutti, con la faccia in un canale di scolo. Un ultimo respiro prima dell’ultimo col naso; tirare su i liquami dalle narici. Guardarsi un’ultima volta col sorriso sulle labbra e sapere che la si è fatta giusta. Spegnersi all’accendersi della notte, con un ultimo mucchietto di parole in testa. Finire tutto lì. Sarebbe bello sapere di chiudere tutto lì; una pila di cadaveri, ammucchiati,  tra il mattatoio e l’ospedale.

Allora ci proverò, costi lo schizzare delle mie ossa fuori dal corpo come in un gioco di trasformismo. Di far da cantastorie non c’è più necessità, credetemi.

Sarò per un nuovo tipo di scrittura. Dire quel poco che c’è rimasto. Lotterò per il terrorismo letterario, a favore del contenuto a contrasto con la forma. Sarà il significato a farla da padrona. Per la vita. Per la naturalezza e la corporeità dell’individuo prima che dell’artista. Vorrò essere kamikaze della parola. Anarchia del sentimento. Questo è il mio manifesto, e se qualcuno ci crederà, se solo uno mi seguirà, significa che avrò sbagliato tutto sin dall’inizio.

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