E ORA DOVE ANDIAMO?

Da il 30 gennaio, 2012

                     

Tutto quello che c’è e che non c’è nelle sale dell’area metropolitana

E ci spostiamo nella provincia libanese. Ma per parlare di E ora dove andiamo? Vi racconto la mia personale esperienza cinematografica. È martedì sera, freddo, pioggia ma piacevolissima compagnia femminile, bella persona di buoni valori, impegnata nel sociale, insomma persona giusta per il film giusto, un mix perfetto! Dopo il calzone della pizzeria Liceo ci rechiamo al cinema Massimo. Mentre entriamo penso ad alta voce: spero solo che il film non sia nella sala quattro… lei mi sente. Brutto segno. Andiamo ad acquistare il biglietto in cassa dove la gentilissima bigliettaia ci informa sullo spiacevole inconveniente appena preventivato. Il film è nella sala quattro. La mia amica ignora. Sostiene che le sale piccole siano belle, ne ha frequentate tante a Roma. Io la guardo, con gli occhi di chi sa, ma tace.  “Fin qui tutto bene”. Non ci sono alternative, The Help è gia iniziato. La talpa lo stesso. Benvenuto al nord non è stato preso in considerazione. Non abbiamo scelta. Accetto non di buon grado. Saliamo quattro piani a piedi per arrivare in sala. Rullo di tamburi ed eccoci dentro. La sala non è cambiata, non è cambiato lo schermo (52 pollici?) non sono cambiate (incredibilmente) le poltrone più scomode che siano mai esistite in una sala cinematografica. Fin qui tutto bene. Finalmente lei capisce le mie perplessità. La cosa che più disturba la sua sensibilità è il colore della poltrona. Condivido. Il film comincia senza pubblicità e senza nemmeno un misero trailer. C’è qualcosa che non va. Perchè mi sento di stare alla festa della “Madonna” ai colli di Pescara quando siamo in pieno gennaio? Non è una festa nazional-popolare che segna l’inizio dell’estate? Insomma per farla breve, abbiamo visto tutto il film, ripeto tutto il film, in compagnia di un rumoraccio molto simile ai gruppi elettrogeni utilizzati nelle feste di paese… Peccato che non ci sia il “nocellaro” né tantomeno il Tagadà… Siamo esterrefatti, l’unica  nota piacevole è che in sala ci siamo solo noi. Giriamo due poltrone, ci togliamo le scarpe e come se fossimo a casa, proviamo a goderci il film nonostante tutto.

Poche storie, il film è grazioso. Un piacevole miscuglio di generi, commedia, melò e musical compongono un mosaico ricco di emozioni e suggestioni. Film dalla sensibilità tipicamente femminile come lo è anche il punto di vista narrativo. In un piccolo villaggio del Libano convivono una comunità di cattolici ed una di musulmani. L’avvento della televisione comune rischia di riportare nel villaggio malcelati dissapori. Ma le simpatiche e goliardiche donne del villaggio non hanno intenzione di perdere altri cari. Con grande coraggio e inventiva decidono di intervenire più volte per fermare gli impulsi maschili, sempre inclini alla violenza. Una commedia amara e profonda che ci mostra una realtà lontana di cui conosciamo solo dettagli truci e insufficienti per poter giudicare. Emblematico il piccolo, scomodo passaggio che bisogna attraversare per entrare nel villaggio. Un passaggio che ogni spettatore dovrebbe fare quando guarda un tg, qualsiasi esso sia. Un passaggio necessario per conoscere un punto di vista altro, lontano dalla nostra cultura, dalla nostra storia. Un passaggio etico che pone l’uomo al centro della sua ricerca. Un uomo che non ha religione, non ha colore della pelle. Un uomo che ha il diritto di essere rispettato e il dovere di rispettare gli altri. Un passaggio fondamentale per un mondo diverso, migliore. Il bellissimo finale, che non vi anticipo, svela il significato del titolo del film. Un finale amarissimo ma perfettamente adatto al linguaggio cinematografico, nessun altro mezzo narrativo poteva raccontarlo meglio.

Finisce il film. Abbiamo dimenticato i problemi e siamo emozionati. Mettiamo educatamente a posto le poltrone, ci infiliamo le scarpe e prendiamo la via di ‘uscita. Non so se tornerò ancora in questa sala, ma sono contento di esserci stato questa sera. Usciamo fuori, la pioggia torrenziale ci accompagna fino all’automobile e poi a casa. I rumori sono diventati dolci suoni.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Man mano che cade dal palazzo per farsi coraggio il tizio ripete fra sè: Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene. L’importante non è la caduta ma l’atterraggio.  (cit. L’odio di Mathieu Kassovitz).

P.S. Ho saputo che qualcuno ha chiamato il nostro Mediamuseum la “Sistina del cinema”. Io l’ho sempre chiamato Il museo delle locandine…

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One Comment

  1. alessandra

    30 gennaio 2012 at 19:13

    concordo con parere sul mediamuseum… per il resto non vedo l’ora di vedere il film, lo aspetto da un pò!

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