QUASI COME BUNUEL: MA CHE BELLO “È STATO IL FIGLIO”, DI CIPRÌ (SENZA MARESCO)

Da il 8 ottobre, 2012

In quest’avvio di stagione mi imbatto continuamente nel non amato cinema del nostro Paese e ottengo le solite delusioni. Ma giusto perché amo contraddirmi continuamente scelgo di vedere il nuovo film italiano di Daniele Ciprì, e ora, ebbro di gioia, vi racconto le mie impressioni.

Daniele Ciprì è un autore vero. Per la prima volta si misura con il pubblico nazionale e internazionale con una pellicola dalle tinte forti, nonostante i colori de-saturati della fotografia che firma il regista stesso. La ricerca del regista palermitano inizia molti anni fa con l’amico e collega Franco Maresco. Insieme mettono in piedi una serie sterminata di sketch ideati per la tv regionale e non solo. La cinico TV di Ciprì e Maresco grazie a Enrico Ghezzi e a Blob sbaraglia nella tv generalista e si ritaglia un folto numero di sostenitori coraggiosi, che intuiscono l’importanza di un lavoro che fonda le sue radici in una incredibile ricerca sul territorio. Una tecnica quasi da cinema documentario in cui personaggi stravaganti, estratti dalla società e isolati si mostrano nudi alla macchina da presa. Bucolici rappresentanti di umanità perdute, arcaici animi immortalati nello schermo con un’unica inespressiva inquadratura. Una cinica lente di ingrandimento nel sottobosco dell’essere umano. La ricerca estetica è tutta rivolta al brutto, al disgustoso, pochi dialoghi, voce over di Franco Maresco e  fotografia in bianco e nero dal carattere espressivo. L’attività del duo di autori non si limita alla tv e portano le loro idee e le loro bizzarre fantasie anche al cinema con pellicole incredibili. Lo zio di Brooklin, Totò che visse due volte, Il ritorno di Cagliostro proseguono la ricerca televisiva popolare, ma anche film documentari, a esempio Come inguaiammo il cinema italiano, uno splendido affresco sulla vita di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Purtroppo poi la strada dei due autori dopo l’ultima e fortunata esperienza televisiva de I migliori nani della nostra vita, in onda su la7 nel 2009, si è divisa. Non ne conosco le dinamiche, né le motivazioni. Temevo che la loro ricerca potesse andare perduta, ma la visione del film E’ stato il figlio, mi ha fatto ricredere. Il primo film solista di Daniele Ciprì non dimentica le sue origini, parte dai suoi personaggi, dalla sua Storia, ma sin dalle prime inquadrature inserisce qualcosa di nuovo. Il linguaggio cinematografico si fa più evoluto, la macchina da presa si muove vertiginosamente, mentre la storia si sviluppa in una Palermo dei primi anni ottanta, senza colori, senza umanità. Protagonista del film è, a sorpresa, un attore di fama nazionale come l’abusato Toni Servillo, mai così coinvolto e convincente. Il regista si avvale di codici estetici che rimandano a uno specifico genere cinematografico: il cinema surreale. Luis Bunuel, ovvero il padre spirituale del genere viene citato a piè sospinto ma Ciprì va al di là del limite del genere  ed ottiene quello che probabilmente è il suo capolavoro.

Il film vola alto capitanato dal grande Servillo padre despota, violento e sporco che cinicamente approfitta della morte della figlia per arrivare a gestire un’ingente somma di denaro. Un padre duro, con lavoro precario (è un’eufemismo) ma perfettamente integrato nei sistemi della famiglia popolare italiana. Una famiglia che ricalca, un po’ alla Simpons o alla Griffin, il meglio e il peggio della famiglia italiana. Una famiglia che oggi ha cambiato i vestiti e le abitudini; ma che sotto sotto (e neanche tanto sotto) è cambiata pochissimo.

La storia è semplice, narrata attraverso un lungo flashback da un ‘cantastorie’ mentre fa la fila in  un “luogo non luogo” contemporaneo come l’ufficio postale. Il film scorre velocemente verso un finale che sembra intuibile; invece proprio il finale sarà il momento topico. Un finale che rappresenta a mio modo di vedere il punto massimo del cinema di Ciprì perché porta all’estremo quel cinismo tipico della cinico TV, ma in un contesto narrativo più completo, amplificando le reazioni emotive. Solo questa sequenza vale il prezzo del biglietto e la “splendida” Aurora Quattrocchi che lo interpreta meritava quantomeno una menzione speciale al festival di Venezia.

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