MILLENIUM: UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Da il 21 febbraio, 2012

Per tutti coloro che non sanno nulla del pluripremiato libro di Stieg Larson o per quelli che non hanno nemmeno visto il primo scialbo film europeo, direi che l’hollywoodiano istant remake è una chiamata alle armi!

Vi do un brevissimo abbecedario di ragioni per cui andare a vedere subito questo film:

–  il video clip iniziale con la celeberrima Immigrant song dei vecchi “dirigibili”, reinterpretata da Trent Reznor e Atticus Ross vale già il prezzo del biglietto.

–  Per capire la differenza che c’è tra un film qualsiasi e una pellicola pensata esclusivamente per la sala cinematografica.

–  Per capire come sia possibile (me lo sto chiedendo pure io…) che un film così algido riesca a

rimanere nella testa e nel cuore dello spettatore così a lungo.

Un vecchio grandissimo regista come Billy Wilder diceva che per sostenere l’attenzione dello spettatore, per un tempo maggiore ai novanta minuti, devi essere un genio. In questo caso mi sono sentito come Alex (Clockwork Orange), attaccato alla poltrona con gli occhi sbarrati per più di 155 minuti. Qualcosa dovrà pur significare.

Il Millenium messo in scena da David Fincher, il seminale autore di Fight club, Seven, ma anche dell’anti-narrativo Zodiac, è un giallo colorato con i toni del ciberpunk o forse semplicemente, con il punk. Scrivere la sceneggiatura di un giallo, quando tutti, o quasi, sono a conoscenza di chi sia l’assassino è un compito piuttosto arduo, se non infame. Ma lo sceneggiatore, Steven Zaillian e il  regista, spostano subito l’attenzione su elementi e personaggi poco battuti. Sul giornalista “loser” di Millenium, Mikael Blomkquist, economicamente rovinato per una milionaria causa persa in tribunale e soprattutto sulla bisessuale Lisbeth Salander. Un frutto dolceamaro delle nuove generazioni. Quelle che hanno più dimestichezza con bit e monitor piuttosto che con uomini e realtà. Eppure è una che, come il magnifico e tenebroso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, conosce la Verità, o perlomeno sa esattamente come procurarsela. É la classica punk con una vita difficile alle spalle, pissing, tatuaggi e continua ricerca del dolore, come se fosse un modo per espiare colpe che in realtà non ha. Inaspettatamente Lisbeth non è una giovane ragazza sola e fuori controllo, ma è una che ha metodo, determinazione ed un’inarrestabile energia interiore che la porta a superare le più aberranti vicissitudini personali. Senza piagnistei, sfrutta alcuni drammatici risvolti a suo vantaggio seppur pagando un prezzo maggiore del preventivato. Tra i due protagonisti si sviluppa un amore romantico, a tratti tenero, nonostante l’ambientazione ostile. Temperature atmosferiche congelate e torbido contesto della nobile famiglia Vagner. La loro storia d’amore però non nasce al di fuori dell’indagine. É come se questo sentimento viva e si nutra dell’indagine in una sorta di continuum autoriale con Zodiac, un film in cui il protagonista assoluto era l’indagine stessa. Ma la nostra Lisbeth è troppo coinvolta dai suoi sentimenti, non si accorge della realtà vanificando l’incredibile sforzo finale che  chiuderà la sua esperienza e quindi il film stesso.

Un ultimo appunto sulle questioni squisitamente tecniche e di regia. Generalmente non amo i fraseggi semantici della regia di Fincher, troppi cut, i movimenti di macchina spesso sono fini a se stessi. Però questa pellicola è girata in maniera ispirata, sublime. Ci sono delle inquadrature che tolgono il fiato. Andare a vedere questo film è come ascoltare un bellissimo brano musicale. Sembra facile suonarlo.

About Peter Ranalli

One Comment

  1. Concetto

    21 febbraio 2012 at 10:35

    Bellissima recensione, hai saputo trasmettere le emozioni del film e voglio vederlo!

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