MONUMENTS MEN: CE NE SONO ANCORA?

Da il 22 febbraio, 2014

monuments_men-immagine-2Guardare un dipinto bruciare, in una scena di “Monuments Men”, mi ha riportato all’infanzia, quando a scuola la maestra, per sgridare la mia compagnia che si stava distraendo dalla lezione facendo un disegno – tra l’altro molto bello – , glielo strappò davanti a tutti. Non è l’umiliazione né la perdita del disegno in sé, ma il dolore del sentirsi violati, privati di qualcosa di proprio. Le opere d’arte sono di chi le ha fatte, ma dopo un po’ di tempo e vari eventi iniziano a diventare della nostra Storia, della nostra Cultura, ergo della nostra identità collettiva.

Questo film sfrutta, anche se non in maniera esperta e completa, la storia vera scritta da Robert M. Edsel nel suo romanzo, storia di un gruppo di uomini pronti a difendere l’identità collettiva poiché realizzano quanto la collettività sia lo specchio dell’individuo unico, e quanto sia importante preservarne la storia culturale che preserverà egli stesso. Così come la Madonna col bambino di Michelangelo, che rappresenta un rapporto bilaterale e interdipendente tra creatore e creatura.

Ammirevole di certo, ma potremmo essere in pochi a pensarla così tra qualche decennio, dato che la Storia dell’Arte come ambizione culturale lavorativa e come disciplina scolastica viene progressivamente degradata, sottovalutata e vista come una materia della quale nelle scuole si può fare a meno.

Eppure siamo circondati da Cultura e Arte in questo paese, e non solo. A parte le opere artistiche noi usiamo la nostra storia culturale collettiva per comunicare, per vivere nella comunità. Ne è prova una scena del film nella quale i due soldati americani vengono attaccati da un giovane tedesco e, non conoscendo l’uno la lingua dell’altro, utilizzano simboli culturali che grazie alla diffusione sociale e culturale erano già diventati universali: la sigaretta come segno di disponibilità, di fratellanza. Anche il giovane tedesco la fuma sentendosi un po’ John Wayne.

Bisogna preservare la propria identità mantenendo il rispetto per quello che le altre ci hanno donato.

Un film non molto fluido che si salva utilizzando scene brillanti e ben interpretate, infatti la splendida Cate Blanchett riesce a dare profondità persino al ruolo fondamentale ma poco approfondito di Claire Simon (ovvero Rose Valland), così come tutto il resto del cast dà concretezza alla regia ancora incerta di Clooney.

About Laylla K. Gharbieh

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*