NON C’ERANO MULI O TORRENTI MULTIMEDIALI: “HARDWARE”

Da il 22 maggio, 2012

Il luogo del cinema esiste. Più che un luogo fu un tempo, un orario approssimativo in una stanza illuminata da catodiche visioni a notte fonda. Tutto avveniva sottobanco durante la deambulazione tra i palinsesti. Non era il 2012, l’epoca del digitale terrestre, delle proiezioni non proiettate in alta definizione su enormi schermi a LED. Non c’era la fiera delle vanità, il mettere in mostra qualsiasi cosa: riflettori su parti travagliati, aspiranti chef, malattie bizzarre, emeriti sconosciuti  in case situate in città, in campagna o su un’isola dimenticata dal signore, no. Era un’epoca lontana, come quella delle fiabe, dove non si parlava ancora del millenium bug nè di ipotetici countdown Maya. Era l’epoca dei VHS, della ricerca spasmodica di pellicole collaterali. Non c’erano nè muli cibernetici nè tantomeno torrenti multimediali.

Allora la fine del mondo avveniva ogni qual volta si trovava la giusta sintonizzazione. Ancora oggi i superstiti di questo fenomeno lo ricordano con struggente nostalgia. Quel perverso fremito di intima proibizione, proprio come nella masturbazione. Solitari, silenziosi e in disparte. Eiaculazione dello sguardo nel diffondersi di un orgasmo spione. Il lungo amplesso virtuale protratto per un’intera visione. La cosa, Hardware, Halloween, Ammazzavampiri, Ultimo Mondo Cannibale, Testsuo: The Iron Man, Videodrome, Velluto Blu, Re-animator, Tenebre: sono solo alcune delle copule che hanno accompagnato le mie notti da guardone.

 Hardware

Gran Bretagna 1990

Durata: 93 min.

Regia: Richard Stanley

Cast: Dylan McDermott, Stacey Travis, John Lynch, William Hootkins

Voto: 3,5/5

Cosa succede se in uno scenario post-apocalittico più arido di quello di Blade Runner sfilano illuminazioni caleidoscopiche alla Suspiria, cibernetiche soggettive alla Terminator, look alla 1997 Fuga da New York, tanto sangue e una colonna sonora suggestiva come poche? Un polpettone pulp alla Tarantino o un’istallazione postmoderna? No, si ottiene un prezioso diadema chiamato Hardware (noto in Italia anche con il nome di M.A.R.K 13), un piccolo cult notturno dimenticato da Dio e dagli uomini. Venuto dritto dal mondo dei documentari e dei videoclip musicali, il visionario e poliedrico Richard Stanley, sudafricano di nascita, ci trascina in un fanta-horror criptico e oscuro come pochi se ne sono visti sul grande schermo.

Moses “Hard Mo” Baxter (un giovanissimo Dylan McDermott di American Horror Story) decide di comprare una testa di droide da un rigattiere di cianfrusaglie, per regalarla alla sua fidanzata Jill (interpretata da una bellissima Stacey Travis), giovane scultrice in cerca d’ispirazione. La testa, rinvenuta da un nomade predone di rottami (interpretato da Carl McCoy de Fields of the Nephilim), apparteneva ad un droide da guerra, denominato M.A.R.K 13. Tra obesi Peeping Tom, vicini di casa in acido e un’ambientazione Cyber dal gusto vagamente analogico, il droide comincerà ad auto-rigenerarsi, preparandosi per massacrare qualsiasi cosa incontrerà sulla sua strada a suon di sega circolare e di un fallico randello roteante che ricorda quello di Tetsuo.  

Hardware non è un film che manca di pecche. La scrittura non è delle più ispirate, la vicenda scorre lenta verso una traiettoria più che scontata. Il riferimento biblico a Marco capitolo 13 versetto 20 “nessuna carne verrà risparmiata” sembra fine a se stessa, o per lo meno riferirsi solamente all’imminente mattanza. Ma Stanley, seppur con un budget basso, sembra conoscere esattamente lo strumento cinematografico, soprattutto nel suo aspetto prettamente visivo.

In questo caso non è la narrazione a colpire lo spettatore, bensì sono le immagini a farla da padrone. Al giorno d’oggi ci si è abituati quasi solamente all’aspetto narrativo del cinema e ci si dimentica della parte visiva. Per avere un risultato ottimale le due cose dovrebbero fondersi per creare un’unicità, fondamentale per la riuscita. Ci hanno addomesticati a un cinema Mainstream, quello delle grandi e costose produzioni dove il fine ultimo è quello di intrattenere. E se l’intrattenimento non è che un mero divertimento passivo dello spettatore, in questo caso il risultato funziona.

Questo film non è un’opera d’arte, ma una suggestione macabra fatta di metallo e carne che si subisce, in silenzio, lasciando anche qualche cicatrice.

Una nota di merito va al parco sonoro, affidato a grandi nomi della musica. Otre alla presenza di Iggy Pop, nei panni dello speaker radiofonico “Angry Bob” e Lemmy dei Motörhead in versione tassista, troviamo la distruzione sonora dei Ministry e malinconiche cantilene dei P.i.l.. Il risultato è una pellicola unica, dove le molteplici citazioni si incollano alla perfezione con tutto il resto, regalandoci un’esplosione visiva e sonora che vizia i nostri sguardi curiosi e stimola i sensi.

Una cosa è certa, l’unica carne che non sarà risparmiata, sarà quella dello spettatore.

Suggerimento: Da visionare in solitudine, possibilmente al buio a notte inoltrata.

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