CORRETE AL CINEMA PER L’INGUARDABILE SOLO DIO PERDONA

Da il 13 giugno, 2013

foto_solo_dio_perdona_film_01_1Freud sarebbe sicuramente più abile e meno furbesco di me nello scrivere di questo film. Che poi non è neanche vero che mi sia piaciuto più di Drive. Ma mi basta la semplice gratificazione di osservare i volti delusi di chi, impressionato dal vincitore di Cannes 2011, abbia visto le proprie speranze di un Ryan Gosling bello, tenebroso e romantico in un ipotetico sequel, infrangersi completamente. Come se poi Drive fosse il film più alto di Refn. Un buon film certo, abbastanza Gonzo da creare un trend.

Dove è finito il Gosling cavaliere azzurro macchiato di sangue che accantona cadaveri a destra e manca per salvaguardare la sua amata irraggiungibile? Che fine ha fatto il citazionismo spiccio di Taxi driver? Ben vi sta, dico io. Di cosa ci si lamenta? Pellicola criptica?  Ma lo avete visto Valhalla rising?  Sarà vero che Refn si è ispirato a Se sei vivo spara di Giulio Questi? Questi sono problemi da neofiti.

Un film silente, questo Solo Dio perdona, appiccicoso, veramente soffocante. Un asian western metafisico che puzza di tragedia greca uscita male. Gosling è imbarazzante nella sua laconica performance inebetita.  Questo il primo reale ostacolo che uno spettatore sprovveduto dovrà affrontare; chiedersi se sia più imbarazzante il silenzio di parole non dette, come un appuntamento romantico che deraglia nel mutismo più assoluto o  un ipotetico eccesso di battute da catena di montaggio, per la serie “troverò quei fottuti figli di puttana che hanno ucciso mio fratello e gliela farò pagare cara”?

Kristin Scott Thomas nei panni della madre/mantide castrante è deliziosa, a mio avviso lei la vera “villain” del film. Peccato poi che si debba ricorrere a dialoghi come quello sulla grandezza degli attributi dei figli per mettere in risalto il complesso apparato edipico e conflittuale dei protagonisti. In un film del genere un’ inquadratura giusta, funzionale alla narrazione della storia, può  restituire le parole non dette, le stesse che poi finiscono tutte insieme appassionatamente nei film americani.

Laddove Drive viveva di sprazzi di celluloide a stelle e strisce, Mann, Walter Hill, certi film sui motori rombanti dei ‘7o,  e addirittura Kenneth Anger (lo scorpione obeso del giubbetto di Gosling è la versione speculare a quella dell’apertura di Scorpio rising), tutto filtrato da un cuore europeo, Solo Dio perdona sembra non far riferimento a nulla. Cappa e spada?  John Woo? Bangkok Dangerous? Non è un problema questo.  Estetica sopraffina, siamo d’accordo, che però non basta per restituire le battaglie interiori dei personaggi. Due fratelli agli antipodi. Uno violento, esce allo scoperto ad “incontrare il Diavolo” tra le gambe di giovani prostitute minorenni, picchiandole. L’altro silenzioso, spettrale, che riesce a godere solo della negazione della carne, della bellezza estetica della sua piccola musa e puttana.

Ed in mezzo la madre, la madre da cui Gosling non riesce a estirpare il cordone ombelicale.

 Refn sembra abbattere certe barriere preconcette di cinema, distruggendo l’endoscheletro di una storia da B-movie già estremamente fragile. Tutto è raccontato per immagini patinate, intrise di sublime violenza che sa di amore. Puri coiti ematici, girati con drammatico lirismo e mai fini a se stessi. Si gioca con il cinema stesso, rischiando grosso. Da manuale la scena in cui  Vithaya Pansringarm, con sbirri al seguito, irrompe nel locale e prima della mattanza uno di suoi mastini dice: “Ricordate ragazze, qualunque cosa accada, tenete gli occhi chiusi” invitando poi gli uomini a godersi lo spettacolo prima dell’ecatombe. Sarebbe troppo facile sparare nel mucchio e dire  male ad un film del genere, c’è bisogno di registi che sappiano osare, sconfinare il cinema, pur magari non riuscendoci completamente.

Allora cos’è che non funziona? Di certo non la colonna sonora di Cliff Martinez, cassa di risonanza per la claustrofobia: è che il tutto manca di fondamenta, ogni cosa collassa lentamente su se stessa come uno dei tanti cadaveri del film.

Ma stiamo ben accorti, io non griderei al “passo falso” di Refn, ma solo al film minore, a suo modo ugualmente  una piccola perla. Per gli appassionati dell’ultra-violenza, quelli di B-movies, per i fans del regista stesso. Secondo me è un film che vivrà di una seconda vita, magari tra qualche anno, uno di qui gioielli finiti in fondo al portagioie, di cui ci si ricorda dell’esistenza in modo inconscio, ma che ci torna alla mente solo quando salta fuori misteriosamente ed allora si decide di rindossarlo nuovamente, come potrebbe accadere con Aldilà della vita di Scorsese.

Un film inguardabile, ma che tutti dovrebbero vedere, almeno una volta. 

About Domenico Pennese

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*