IL CINEMA PERFETTO DEL SOLDATO BIGELOW

Da il 18 febbraio, 2013

ZeroDarkThirtyZero Dark Thirty, della Bigelow.

In gergo militare Zero dark thirty significa mezzanotte e mezza ed é l’ora in cui un corpo iper specializzato dei navy seals si é lanciato all’interno del covo di Osama Bin Laden per ottenere la sua cattura. Detta così ho raccontato il finale del film. Ma tanto sappiamo già, più o meno, come sia andata a finire, anche se le informazioni e le immagini ufficiali non hanno certo chiarito la realtà ufficiale. Paradossi della moderna epoca dell’immagine. Il film del soldato Bigelow é un compendio di cosa sia il cinema e di come si dovrebbe sempre fare. Sicuramente i media americani storicamente sono bravi a raccontare le loro guerre, non si lasciano intimidire e sono capaci di raccontarci le esperienze più nefaste dei militari stessi. Persino la televisione ci ha raccontato splendidamente in Homeland un caso spinoso di conversione alla Jihad da parte di un marine americano. Tra l’altro l’esistenza di questo telefilm ha avvicinato la produzione televisiva alla produzione cinematografica come mai in precedenza (stiamo parlando della tv americana, non certo de Il principe abusivo…). Un telefilm estremamente coraggioso, scritto benissimo e dalla visione affatto univoca. Un telefilm che non ha subito alcun tipo di censura! Una roba impensabile in Italia: in questo Paese non si può raccontare tutto.

Il cinema della Bigelow é qualcosa d’altro. Due ore e mezzo di tensione drammatica da urlo. Il commento musicale é quasi completamente assente, i dialoghi sono tutti di servizio, non ci sono metafore, c’é iperrealismo, quasi documentario. Una giovane agente della Cia, sin dai tempi dall’orrore delle torri gemelle e per dieci lunghi anni, si mette sulle tracce di Osama Bin Laden. Durante questi anni di ricerca disperata, vagante, puntualmente raccontata dalla onnipresente macchina da presa, sempre attaccata alla schiena dell’agente Maya, ne succedono di ogni tipo. Si passa dalle tragedie alle torture, attraversando diversi Stati e le diverse sfumature dell’animo umano. C’é una pista che Maya non riesce proprio ad abbandonare; una pista che sarà poi il giusto viatico alla soluzione del rompicapo Osama Bin Laden. Ma da qui alla chiusura del caso passano almeno altre 65 minuti di pellicola. La missione che porta alla morte dell’acerrimo nemico é una missione cieca, poco sicura, non c’é la minima certezza che Osama sia in quella struttura cittadina, nonostante per arrivare a questo punto si sia fatto ricorso a tutti i mezzi possibili, leciti e meno leciti, tortura, violenza, corruzione. Fino a quando il fine giustifica i mezzi? Nel film non ci sono domande, solo determinazione e lotta. Non c’é dietrologia, non viene raccontata la vita privata del soldato Maya, probabilmente non ha una vita privata, ma ha rinunciato a tutto pur di portare avanti la sua missione di guerra. La battaglia finale porta a chiudere il caso in modo positivo per l’agente Maya. Ma anche qui, come nel famoso caso l’agente speciale Yuta (Point break), non c’é gloria, non c’é un vero Happy Ending. La fine à solo accennata. Assistiamo invece al miracolo del cinema negli ultimi due minuti. L’agente speciale Maya sale su un aereo che la riporterà a casa, negli Stati Uniti d’America. In poche inquadrature vediamo una lacrima che le riga il volto. Non ci sono parole, la musica é solo accennata. In poche inquadrature, in pochi secondi lo spettatore si pone domande a cui non ha risposte. Gli esseri umani non sono nati per vivere così, al limite tra la vita e la morte. Gli esseri umani meritano di meglio della guerra. E tante altre domande. Il film finisce ma resta dentro.

About Peter Ranalli

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