Lo chiamavano Airone

Da il 17 Aprile 2019

Cento anni fa nasceva Fausto Coppi, il campione che, dal giorno della sua scomparsa (incredibile e inconcepibile attenendosi ai resoconti ufficiali), è entrato di diritto nella ristretta schiera dei Miti. Le cifre del Campionissimo sono mirabolanti: in circa venti anni di carriera ha percorso 119 mila chilometri,  con 118 vittorie su strada, 84 su pista, 4 titoli italiani, 3 mondiali, 5 Giri d’Italia, 2 Tour de France, 5 Giri di Lombardia, 3 Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix. Di lui, del suo privato, del suo dualismo con Bartali si è parlato e scritto in decine di libri, migliaia di articoli, milioni di foto e filmati. Ma, oltre alla gigantesca figura di atleta, Coppi ha rappresentato, in contrapposizione con il suo grande rivale, un’epoca: quella della ricostruzione civile e morale del Paese dopo il dramma della guerra.

I due nascono entrambi in un’Italia contadina e analfabeta ed erano divisi, oltre che dall’età, anche dalla visione filosofica in senso lato della vita. Curzio Malaparte, inviato al Tour de France del 1952, in un piccolo libro tuttora reperibile in rete, ne stigmatizzò le opposte peculiarità. Secondo lui, Bartali rappresentava il prototipo dell’uomo antico: il contadino, il mistico che non credeva al suo corpo, ma confidava esclusivamente nel divino, nello Spirito Santo. Al contrario, Coppi rappresentava l’uomo nuovo, il moderno, il razionale e cinico, colui che incarnava lo spirito della nuova Europa scettica, priva d’immaginazione, votato al materialismo. E lo straordinario fisico del campione derivava probabilmente dalla natura stessa del popolo piemontese: gente dura, lavoratrice, che aveva lasciato la vita dei campi per rifugiarsi nelle fabbriche della rivoluzione industriale.

Per onorarlo al meglio, la sua terra, il Piemonte appunto, ha organizzato decine di eventi, tra mostre, recite, convegni e presentazione di libri. Tra le tante ricordiamo il progetto L’affollata solitudine di un campione di Gianluca Favetto, un recital di parole e musica che vuole restituire al tempo presente la figura del campione: partendo da Castellania il 15 maggio, replicherà a Novi (luglio) e Torino (dicembre). Il prossimo 18 aprile al Circolo dei lettori di Torino Gabriele Moroni presenterà il volume Fausto Coppi. Non ho tradito nessuno, un libro che raccoglie gli scritti autobiografici pubblicati da riviste e antologie. Ancora al circolo dei lettori, Viberti e Laiolo presentano Coppi, l’ultimo mistero, una pagina inedita sugli ultimi anni della vita del campione. Il 24 maggio al Palazzo Monferrato di Alessandria sarà presentato il volume 110 anni in rosa di Mariantonini e Crivelli; ancora al Palazzo Monferrato, il 9 giugno, un saggio di Maria Calligaris seguito da un omaggio di Gianpaolo Ormezzano.

Ci sono poi i percorsi espositivi. Il Museo AcdB di Alessandria ospiterà da settembre  ai gennaio 2020, nell’ambito della Mostra del Centenario, una ricca rassegna fotografica con contributi provenienti da album privati; a Castellania, Casa Coppi propone mostre a tema variabile, mentre al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure da visitare fino al 28 aprile la Storia per immagini della bicicletta nel XX secolo; dal 18 maggio, immagini inedite affiancheranno i due campionissimi che hanno caratterizzato le rispettive epoche, Coppi e Merckx. Infine a Cuneo, dall’8 maggio al 15 settembre, il Complesso Monumentale di San Francesco presenterà Fausto Coppi: 9h 19’ 55’’, un percorso narrativo in cui rivivono la vita di Fausto, le imprese memorabili, l’Italia di quei tempi.

In un elogio alla bicicletta, Malaparte affermava che doveva considerarsi parte del patrimonio artistico della nazione, al pari della Divina Commedia e della cupola di San Pietro. E la presenza di scrittori non è una novità nel mondo delle due ruote. Achille Campanile, Anna Maria Oriani, Alfonso Gatto (l’unico a confessare di non avere mai inforcato una bicicletta), Dino Buzzati, Vasco Pratolini: nessuno fu immune dall’innamorarsi ”dell’incanto del pedalare emerso dall’infernale fatica”. Buzzati dedicò un volume al Giro del 1952, quello della straordinaria Cuneo-Pinerolo, intitolato semplicemente Buzzati al Giro d’Italia, in cui ripercorre ed esalta il leggendario volo dell’Airone lungo duecento chilometri del tappone, con cinque passi alpini sopra i duemila metri che inducevano alla riverenza presi uno alla volta, figurarsi tutti assieme. Nell’epoca della radio, il popolo ammassato per ore a bordo strada in attesa della carovana e quello a casa beveva quei racconti epici di strade sterrate, fango, nevicate e visi stravolti dalla fatica al traguardo. E non poteva essere altrimenti, le bistecche a pranzo essendo latitanti e il doping scientifico di là da venire.

Gli articoli di Pratolini, raccolti nel libro Cronache dal Giro d’Italia (1947) proponevano al lettore un grande affresco neorealista dell’evento, non tralasciando di sottolinearne i limiti e gli aspetti negativi. Lo scrittore capisce molto di ciclismo, quindi sa di cosa parla, e, nell’esaltare gli aspetti ludici della corsa, si sofferma sui  retroscena del Grande Circo Barnum, sugli affari, sui corridori nettamente divisi tra giganti e gregari, con i più deboli al servizio della squadra e dei capitani. Pratolini tifava sfacciatamente per i gregari, povere anime che sfacchinavano per pochi spiccioli; però sapeva riconosceva il valore di chi eccelleva. Le sue pagine, spesso ricche di critiche al vetriolo, erano molto apprezzate dai lettori ma incontravano l’ostracismo da parte dei professionisti della bicicletta.

 

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