Tracce 2020 – Appropositi. Daniele Parisi e la sua galleria di piccoli mostri

Da il 6 Febbraio 2020

È divenuto spazio culturale modulare e adattabile a diverse forme d’arte il Palazzo Velli Expo, un pugno di sale nate intorno al restauro basale dello stesso edificio dove pochi anni fa sorgeva il Cinema Pasquino, decaduta roccaforte romana di cinema in lingua originale. Siamo nel cuore di Trastevere, in quella stessa piazza che ospita il Museo di Roma e vede migliaia di turisti passeggiare inebriati dai vicoli più caratteristici della città. Le nuove attività di questo spazio vanno dai vernissage agli spettacoli teatrali, passando per presentazioni di libri e documentari. Pochi giorni fa è stata la volta di un duo inedito che si è esibito in una performance tra monologhi comici e disegno live. In Tracce 2020 – Appropositi i protagonisti sono Daniele Parisi, attore e autore di teatro e cinema, e l’artista Luca Valerio D’Amico. Il primo, teatro purosangue  di commedia, lo abbiamo visto in film come il recente L’ospite o Orecchie, ora disponibile su Netflix. Il secondo è disegnatore, art director e artista che crea immagini e soggetti scomposti e ricomposti tra astrazioni e surrealtà.
Un microfono e una tela bianca appesa a un muro. È questa la scena calcata dai due artisti. A prima vista o al primo monologo di Parisi sembra vada ognuno per la sua strada. Mentre D’Amico scruta la tela a distanza con il suo Uniposca a in mano e traccia i primi segni intorno a un occhio, Parisi ci parla dei raccontatori seriali di vacanza, categoria antropologica di persone dall’esotica logorrea altamente non interessante. I piccoli stress di ogni giorno affiorano dai brevi monologhi dell’attore romano che passa in rassegna tipi metropolitani dalla comicità arguta. C’è il mancato palestrato, sempre preso, come fosse un postmoderno Godot, da scadenze irraggiungibili prima di iscriversi per rimettersi in forma. C’è una madre stufa e nervosetta che, in spiaggia, richiama la figlia fuori dall’acqua facendo di “Matilde” un siparietto che diventa piccolo tormentone.
Nel frattempo D’Amico dà forma a uomini e donne dai corpi labirintici, macchine che si fondono in illusioni ottiche dai tratti dolci a creature curiose e sempre autoroniche. Da queste surrealtà scaturiscono forme tondeggiandi, non spigolose come Escher, ma labirintiche come quelle. Figure detentrici di un universo tutto loro come quelle di Dalì, ma allo stesso modo allegre e a volte addirittura pacioccone come certe suggestioni alla Jacovitti. Così, mente il pennarello nero di un artista si muove sicuro, l’altro costruisce la sua colonna sonora di effetti vocali con un campionatore di sequenze a pedale. Il tappeto sonoro, in continua mutazione tra i loop di Parisi diventa fruscio di foglie al vento, risacca del mare, echi di gocce piovane in una caverna. Ma siamo in una sala a Trastevere, e per circa un’ora le pareti bianche ospitano due artisti che creano mondi a sé. Occhi su tic e nevrosi degli italiani medi. Occhi non strabici e indipendenti, ma sguardo curioso che mescola frammenti di mondo con voci di personaggi quasi verdoniani e disegno che getta lontano il sentire. O forse vicino, più vicino di quanto si immagini.
Allora se per Daniele Parisi interpretare un virus che ci racconti del suo stentato sopravvivere, tema attualissimo proprio in tempi di coronavirus, risulta un modo di alleggerire bigottismi scientifici da saccenze web, e seppellire giusto con le risate il suo pubblico, le linee accoglienti di D’Amico sdoppiano l’universo di questa performance, che si muove rallegrando l’animo dello spettatore come una sincopata jazz session.

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