CARO MORESCO TI SCRIVO: LA PULSIONE DI SCRIVERE

Da il 8 ottobre, 2013

Antonio_Moresco-e1300739641866Antonio Moresco, cosiddetto autore di culto, è di gran lunga una delle voci più autorevoli e differenti del panorama letterario italiano.  Uno scrittore refrattario e allergico alle conventicole e ai salotti intellettuali, alle mode, ai vezzi e alle parole d’ordine del momento, ai miti smitizzanti e alle disillusioni corroboranti. Fosse stato per lui, Antonio Moresco avrebbe continuato a fare quello che da sempre fa per mera irrefrenabile necessità interiore: scrivere. Poi a un certo punto, piuttosto tardi, qualcuno si è accorto di lui e ha cercato di cooptarlo nella società letteraria. Affermiamo decisamente che non ci è riuscito fino in fondo. Moresco, scrittore “difficile”, romanziere-fiume, sostiene, alla faccia del “Pensiero Debole”, o liquido, che la letteratura non ha esaurito la sua spinta propulsiva, che il romanzo non è morto, anzi che è venuto il tempo di smascherare i suoi troppo frettolosi becchini. 

Il nostro Domenico Pennese ha preso carta e penna e gli ha scritto una bella lettera, regolarmente inviata a mezzo raccomandata. Solo che la ricevuta di ritorno non gli è mai arrivata, così come una risposta di Moresco. Con ogni probabilità non gli è manco arrivata mai la lettera di Domenico ad Antonio Moresco. Ma chissà che non la legga adesso, grazie a Ozio Magazine.

«Gentilissimo signor Moresco,

 Se questa lettera dovesse arrivarle tra le mani, sotto gli occhi, nonostante la pessima reputazione della becera istituzione nota come Poste Italiane,  si troverebbe a leggere parole di un perfetto estraneo.

Affinché lei possa e magari voglia, vuoi per curiosità o  vuoi per rispetto alla “parola” in genere, continuare nella lettura, premetto freddamente che chi scrive, stando a monte di quest’accozzaglia alfabetica riordinata, non è ne un maniaco, né un mitomane, e che questa mia non ha alcun fine malvagio, stregonesco.
Non le chiederò raccomandazioni alcune (quando entreremo nel pulsamento del discorso capirà meglio a cosa mi riferisco).

Infine, rivolgendomi ad un monolite, capace di scrivere un romanzo di 1072 pagine a mano, chiedo proprio perdono per il digitale, nella stesura, che si trasforma nell’analogico cartaceo, alla fine, fortunatamente; la mia grafia sembra purtroppo il risultato del movimento della masturbazione con una penna in mano che sfrega contro un foglio.
Lasciamo perdere tutti questi retorici preamboli e passiamo al centrifugato del discorso (vedo che oramai i succhi non sono più in auge, opto per il centrifugato).

Mi presento. Mi chiamo Domenico Pennese, 27 anni, coniugato, di professione commesso. Uno, seppure di sicuro non il più difficile e faticoso, dei lavori meno divertenti del mondo, credo. Non avendo studiato, mi auto-inserisco in quella cerchia di fortunati lavoratori del quotidiano italiano, di questo periodo “buio”, della nostra storia. Tutti giustamente mi rimproverano sempre quando, quasi come un eretico, un folle invasato, oso lamentarmi del lavoro, e li capisco pure in fondo. “Eh, ma cosa ti credi di voler fare, che hai la terza media, ringrazia Dio che il lavoro ce l’hai, che ci stanno laureati in fila sperando in un lavoro!”. Io alla fine, gira che ti rigira, chissà per quale occulta spinta mi ritrovo sempre con lo stesso”assillazione” cerebrale (mi scuso per la presunzione con cui invento delle parole ogni tanto, ma mi vengono automatiche) e spiritica di voler scrivere, fare lo scrittore. Ma non fare lo scrittore sperando in un idilliaco e roseo futuro fatto di campare scrivendo romanzi pubblicati da chissà quale casa editrice, e poi talk show, salotti, concorsi, convegni. No, non è che mi senta così bravo da fare una cosa del genere, anzi, oramai lo scoraggiamento non mi fa quasi neanche più sentire abbastanza bravo per scrivere la lista della spesa. È solo la malattia di poter scrivere, che non è, almeno per me, una cosa che mi fa poi stare chissà quanto bene. È un eterno interrogarmi, uno scavare dentro, con le mani; rivoltare tutto il magma che c’è, solo con la pelle, che brucia, che incenerisce. Vedo quasi l’impossibilità della cosa alle volte, come se la magia di tutto questo fosse sigillata in un forziere di cui l’unica chiave per aprirlo si trovasse imprigionata al suo interno, inaccessibile.

Ma non mi importa, io è questo che voglio fare, anche se spesso ho paura, mi scoraggio, o peggio magari dopo una giornata di merda a lavoro, che ci scappa pure un litigata con mia moglie, non trovo le forze fisiche, mentali, spirituali, per scrivere una singola parola.

Ora non le starò qui a raccontare la mia personalissima Odissea da scribacchino, che è avvenuta prima ancora che io iniziassi ad appassionarmi alla letteratura, che cominciassi a leggere libri, così per gioco, come passatempo o estensione mentale di creatività, di inventiva. In seguito, nell’adolescenza, si è trasformato in un atteggiamento da ribelle, da scapigliato metropolitano. Invece di studiare, di approfondire realmente tutto l’universo che c’era dietro a quest’ “arma” che è la letteratura, pensavo solamente ad emulare Bukowski, Kerouac, e tutti i poeti stradaioli e sbevazzoni della Beat. Questo comprendeva, non so se volontariamente o inconsciamente, anche una copiatura di stile dei sopracitati. Poi sempre lo stesso, negl’anni a metà strada tra emulazioni varie, Céline, Miller (Henry, non Arthur), rincorrere gli stili, sperimentando, buttando tutte le parole per aria, facendole volteggiare, tiro al piattello, dirigibili, nuvole e papere mute, usando la scrittura come sfogo, come terapia anche, senza mai trarne giovamenti. Mai che abbia provato o che mi sia sentito abbastanza all’altezza di rischiare di far finire qualche busta gialla affrancata in mano ad un editore. Solo amici e genitori (cosa erratissima) che mi dicevano “Eh, sei bravo, ci sai fare, dovresti pubblicarle!” e altri che dicevano invece “Ma dai su, non penserai davvero che qualcuno possa essere interessato a leggere cosi di questo genere, andiamo!”. Sempre l’eterna dicotomia del cazzo. La stessa che mi ha incrinato e continua a farlo per motivi come l’essere troppo poco colto, scolarizzato, per poter scrivere cose interessanti, con un buono stile cha si possano definire davvero letteratura, ora che inizio a capire davvero l’importanza di questo universo infinito, importanza ignorata per anni interi.

Poco prima di capire tutto questo, fino a qualche mese fa, in cui ho avuto una grossa crisi nervosa, con vari problemi personali, speravo ancora di poter fare lo scrittore vagabondo, il picaro della parola con l’indole avventuriera, che ne so, magari girando per case, saltando da letto a letto di chissà quale donnacce, bevendo vini scadenti, vivendo di astuzie ed espedienti. Ma non è così, non capivo bene, ero cieco ancora, e questa mia cecità mi ha spinto a fare del male a me stesso e alle poche persone a cui io tengo realmente, che mi voglio bene e mi stimano .

Ora arriva la parte più interessante, perché smetterò di parlare solo di me, ed entrerà in gioco lei, signor Moresco. Entrerà in gioco proprio come uno dei mitologici personaggi del suo “Canti del caos”, si insinuerà nella mia vita non ancora vissuta, ma già passata, trapassata.

Un tizio che ho conosciuto tramite un social network, uno con una grandissima stima in sé nelle sue poesie non poesie anarchiche, come le definisce lui stesso, mi ha consigliato, e non so ancora perché, il suo libro. Avendo gusti personalissimi, non capisco ancora il motivo per cui ho seguito questo consiglio, ma che sia benedetto il firmamento per questo.

Quando ho iniziato a leggere il suo romanzo, all’inizio sono subito stato aspirato dalla prosa, nuova, così moderna da non poter nemmeno essere definita postmoderna, tant’ è che non riuscivo a  smettere di leggere. Ero affascinato dagl’espediente con cui si viene proiettati in questo mondo strampalato, eccessivo, inverosimile ma così pedissequo, in fin dei conti, del nostro. Mi dicevo “Bravo questo Moresco, un po’ paraculo, ma bravo!”

Poi è accaduto l’irrimediabile, il miracolo. La morte o/e la resurrezione, o per meglio dire ho sentito e compreso lo 0 assoluto della letteratura. Ma no mi fraintenda, non dico lo 0 come 0 in condotta o 1-0 in una partita di pallone. Ora le spiego, e mi scuso anticipatamente se non sarò all’altezza o del tutto chiaro. Io sono un pensatore, si, ma un pensatore semplice. Faccio quel che posso.

Man mano che leggevo, che mi addentravo nel budello delle sue parole, ad ogni parola che leggevo, sentivo la sensazione di perderla, di dimenticarla, nella calligrafia, nel suono, nel significato e nella visualizzazione della stessa. Leggevo, leggevo e dimenticavo, non capivo più nulla. Arrancando lentamente, annaspando esausto come dopo una lunga lotta, un combattimento mortale, sono tornato analfabeta, feto, incapace di comprendere, di leggere, di parlare, di scrivere. Sono come morto. Mi sono detto, meno male, che per anni mi sono disperato nella sensazione che davvero non ci fosse rimasto più un bel nulla da dire, da comunicare, e adesso se ne esce sto Moresco, e dice tutto quello che c’era rimasto! Questa sensazione l’ho già provata in realtà, anche altre volte (mi riferisco solo al fatto di credere che non ci fosse altro da dire, da scrivere e non alla de-alfabetizzazione)

Ma questa volta non mi sono sentito spiazzato, depresso. Ho percepito che probabilmente, anche lei ha avuto la sensazione del “Adesso, che dico?”. Questo mi ha messo coraggio, e man mano, sforzandomi Erculeamente di leggere ancora il suo libro, ho iniziato a riprogrammarmi. Non a ricordare, bensì ad imparare di nuovo tutto l’alfabeto. Come per dire che da bambino si imparano le lettere e poi ad un certo punto mettendo magicamente insieme una C con una A seguita da una N ed in fine da un E si arriva a CANE. Non una parola a caso, ma un insieme, un suono, una parola ed il suo significante e non solo significato, una parola scritta, letta, compresa e visualizzata, oggettivizzata in un bel cane nella mente!  Continuando sempre nella lettura tutto si componeva e non ricomponeva. Un insieme di fili come una ragnatela, l’unione dei puntini numerati in quei giochi della settimana enigmistica, che in questo specifico caso, riuniti correttamente, mi hanno dato una vera e propria figura delle “LETTERATURA”!

Io spero di essere stato il più chiaro possibile nell’esporle questa mia esperienza. Quello che ne consegue, unito alle poche informazioni che sono riuscito a trovare su di lei, mi ha fatto capire che non siamo del tutto perduti, non è finita la speranza, il sogno. Non esistono solo le letturine d’intrattenimento, i vari autorini tanto osannati che poi, o sono cloni delle mode americane, o peggio sconosciuti del mondo letterario che si reinventano tali perché è di moda e fa tendenza. Sia chiaro, io non spalo merda sul lavoro di nessuno, perché io mi ritengo meno di nessuno. Già una persona che riesca a scrivere 150 pagine, seppur magari pessime anche solamente per intrattenere, merita la mia stima solo per averlo fatto, cosa in cui io non riesco. Ma mi domando e dico, ci sarà una differenza tra Collodi e Fabio Volo, o no? Quali sono le regole alchemiche che regolano questo mondo strampalato della letteratura, dell’editoria, che sembra ancora più incasinato e sconclusionato di quello in cui viviamo, in cui ci muoviamo.

Io mi sforzo, dal basso della mia ignoranza di comprendere che non ci possa essere una critica vera, assoluta sull’opera di uno scrittore, che esistano, anche tra gl’intelligentoni, i critici, divergenze, interpretazioni e via dicendo. Ma arrivare ad ergere ad autrice di culto che ne so, Isabella Santacroce, dove tutta la devastazione, il degrado, morale, fisico, sessuale, viene interpretato come disagio giovanile (che poi manco tanto più adolescente è cazzo), o liricità decadente o non lo so nemmeno, e poi lasciarsi sfuggire o peggio criticare, anzi , mal interpretare un monumento come I Canti del caos?

Sono costretto a continuare a non capir nulla, ad affogare tra le mie idee pazze di romanzo che sto progettando, in cui non riesco a districarmi, ad emergere. Qui è tutto un allagamento signor Moresco, comincio ad avere paura, anche se so nuotare, ma fumo 30 sigarette al giorno, mica resisto troppo col fiato io!

Ho capito però che si può sperare, si può sognare il sogno, ci si può vivere dentro. Anche se poi scrivere è sempre un altro paio di maniche lo so bene. Questo infatti continua a farmi tremare le ganasce. L’insicurezza, l’indecisione, il non sapere se anche i grandi non sapevano che quello che stavano scrivendo potesse essere capolavoro o boiata micidiale.

Dubito ci siano regole o certezze in questo caso. Come in Dio, che pare che esista, ma non si vede mica.

Allora posso solo fare come mi ha insegnato mia nonna, arrivati qua a questo punto. Pregare.

Questa mia lettera sarà una preghiera, non uno sfogo da psicoanalisi.

Mia nonna mi diceva, si prega per pregare, per fede, per speranza, e non per ricevere il miracolo o una risposta. Ecco signor Moresco, questa è la mia preghiera a lei, alla letteratura. Non mi aspetto risposte o miracoli, che poi non è comunque escluso che accadano. Voglio solo scrivere questa mia preghiera affinché non si perda nel vento, tra le cime delle piante, ma possa essere custodita da qualcuno che magari, mi capisce e capisce non solo queste mie parole, ma “le parole”, tutte.

 Con affetto e stima

Domenico Pennese».

P.s.Visto che però mi hanno detto che i miracoli di tanto in tanto accadono, le lascio la mia e-mail, non si sa mai, magari Dio trova un’ora buca.

domenicopennese@gmail.com

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