Halfhearted

Da il 12 gennaio, 2012

Ho camminato con tutte le me accanto – alla mia destra, per tutta la vita. O forse per anni, senza girarmi a guardare quante fossero, mi bastava sapere che erano lì.

L’altro giorno ho alzato lo sguardo, mentre tentavo di prendere coscienza del tempo che stavo perdendo e di colpo mi sono resa conto di essere rimasta completamente sola. Non c’era neanche una me nascosta dietro la sedia. Nessuna delle me che avevo conosciuto. Un meccanismo ha fatto cilecca dentro il petto. Ho provato a chiamarmi, ma non mi ricordavo neanche bene come si facesse. In ogni caso, nessuno ha risposto.

Tornando a casa pensavo e ripensavo ai percorsi e alle percosse degli anni: la me con i lividi sulle cosce era sparita forse per prima, insieme a quella con i lunghi capelli e le braccia sottili. Continuavo a pensare e ri-pensare (l’errore delle donne è sempre quello di stare lì a pensare troppo mentre il sopracciglio si alza e il diavolo si mette sotto la lingua). Non riuscivo bene a capire il motivo di quella tristezza esagerata. Dopotutto non fa niente. Non me le ero più cagate da tempo, ma adesso sentivo così tanto la loro mancanza e non riuscivo a incastrarmi con un motivo vero. Pensavo camminando e sbattendo la testa contro un muro di vento. Non riuscivo a rendermi conto di niente.

A casa sulla poltrona verde oliva mi sono accorta del tempo trascorso. I piedi non entravano più nelle calze da notte e io mi sono sentita una vecchia ciabatta. Ho sorseggiato del pessimo vino per non pensare e sopire un po’ i pensieri. Di solito era la me con la coda di cavallo che mi riempiva il bicchiere. Di solito era la me con la frangia corta a rimboccarmi le coperte.

Ho letto una missiva l’altro giorno e mi sono innervosita. Mi si chiedeva di portare pazienza e di credere in una serie di astri di carta. Me lo si chiedeva da tempo, e mi sono sentita scoppiare dato che -in fondo- il mio impegno non era ricambiato in nessun senso. Intrappolata in una serie di chiacchiere, la me con i capelli biondi stava per soffocare. Dato che la me con i capelli biondi era quella addetta alla mia personale corrente suicidogena, non me ne sono preoccupata e l’ho lasciata lì, arrotolata nella pellicola di parole, e nella tela sintattica del silenzio che le intercalava di solito. Forse ho preso sottogamba la me con i capelli biondi che non riusciva bene a respirare.

Ho creduto che come sempre se ne sarebbe cavata fuori da sola.

Erano ormai due giorni che dormivo da sola, nel mio letto freddo, senza la me con i chili di troppo lì a riscaldarmi. Non sono riuscita a capire cosa stesse succedendo fino al momento in cui la me più bella, quella con gli occhi gialli quando apri la tenda e fuori c’è il sole di casa che brucia la pelle, non era di fronte allo specchio per sciogliermi i capelli, dove era sempre stata da tutta la vita. A un tratto mi mancavo da morire. Sentivo il cuore tiepido battere un ritmo regolare e noioso all’interno dello stomaco. Sentivo la pelle liscia e fredda, sotto la copertura amarognola della mia età. Il sopracciglio immobile, il respiro regolare. Ho continuato a pensare tutto il giorno a quel messaggio. A quel messaggio decriptato all’interno del mio teschio molle. Sono stata una donna che una volta si è sentita amata senza vincoli, per pochi istanti. Una Catrina senza occhi per un giorno intero.

Un corpo solo. Un solo corpo.

Stamattina ho alzato lo sguardo e ho capito tutto con la meccanica interrotta di chi è troppo stanco per riflettere, per reagire. Ormai sono sola, e siccome non ti ho ucciso, sono anche vecchia. Non avevo mai pensato a tutte le me che mi riempivano i giorni. Adesso mi sento sola, e siccome non ho preso il tuo scalpo, sono anche vecchia.

Ho deciso di guardare questo funerale da lontano: tante piccole casse senza colore. Il cuore tiepido, il respiro annoiato. Mentre metto una mano nella borsa mi pungo con un fuso cercando di spendere meno sangue possibile. Ho proteso la mano verso la cassa più vicina, al funerale e mi sono resa conto di avere il sangue rosato: non ho più neanche il sangue nero. Ne morirò, di solitudine, un giorno di questi. Recidiva, tento nuovamente di estrarre qualcosa dalla sacca di pelle nera che mi porto appresso: un piccolo foglio accartocciato. “Era meglio quando eravamo giovani, drogati e innamorati. Anche l’amore è diventato diverso. Più tiepido, più vecchio, più lucido. Questo ti volevo dire, ma non riuscivo a parlare” questo c’è scritto sul biglietto, e la scrittura non la conosco.

Non l’ho mai vista prima.

About Sonia Manduzio

One Comment

  1. pierluca

    27 gennaio 2012 at 13:33

    hai un romanzo per le mani

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