IO VOGLIO

Da il 7 settembre, 2013

dddNon l’ ho chiesta io, la vita. È come uno di quegli orrendi maglioni che ricevi a Natale; sorridi e dì che ti piace. Non ho chiesto di nascere, figuriamoci nascere per morire. Non ho chiesto la vita, figuriamoci di passarla su un letto d’ospedale in attesa di un cambiamento.

Aspetto la notte così tutto questo bianco svanisce. Quando finiscono le visite e le tv affittate a ore si spengono mi siedo qui fuori dalla finestra. Il vento è freddo.

Ecco, sta tornando, come ogni sera. Come quando ero sola in casa, coi coltelli, con la vasca da bagno, e il terrazzo all’ultimo piano. Non parla, mi guarda, allora parlo io.

“Che senso ha fare scelte, programmi, fare carriera? Siamo perennemente condizionati, non c’è niente di autentico.”

“E’ questa l’autenticità dell’essere umano, cosa pensavi? Vi hanno abituati a creare, mattone su mattone, a guardare il vostro palazzo di cristallo come se fosse antecedente a voi, alle vostre idee, ai vostri simboli. La vostra non è una condanna, siete voi a renderla tale.”

“Non voglio affrontare tutto questo, consumarmi, e morire. È impensabile morire.”

“Cosa proponi?”

“Morire adesso. Ho meno cose da perdere di quante ne avrò tra trent’anni.”

“Così le perdi ugualmente. Comunque ok, salta.”

Posso farlo. Finisci questo gioco, non cercare scuse, finiscilo e non avrai più il dubbio che potresti farlo. Fallo.

“Dici che fa male da qua su?”.

Sono anni che va così, è un’idea fissa, un gioco che fai ogni volta che sei sola. Un gioco del quale hai paura ma che non puoi smettere di fare, vuoi scoprire fin dove puoi arrivare. La notte dopo mi sedetti alla finestra ad aspettare che venisse a spingermi giù dall’ultimo piano, per l’ultima volta.

“Spero che tu non mi abbia chiamata ancora a vuoto.”

“Voglio saltare questa volta.”

“Ok, vai, sono pronta.”

“E se entrasse qualcuno?”

“Non entrerà nessuno.”

“Sì ma se entrasse?” Entra, entra adesso. Fermami. Salvami.

“Oggi mi hanno portato la terapia sbagliata, non sapevo se dirglielo o prenderla.”

“E alla fine cosa hai scelto?”

“Di farmi portare la terapia giusta.”

 

Oggi devono anestetizzarmi per un’operazione.Voglio solo che si sbrighino a portarmi dalla mia stanza alla sala operatoria: odio passare per le sale d’attesa e sentirmi addosso la compassione altrui. Se avessi più capelli e un bel sorriso al posto della mascherina forse non alzerebbero nemmeno lo sguardo dalle riviste di gossip che l’ospedale ha loro concesso per ingannare il terrore del tempo, o non pensare a quando arriverà il tempo del terrore. Magari alcuni sono lì fermi su quella pagina da almeno dieci minuti e pregano il loro palazzo di cristallo che non sia un tumore. Entro in sala operatoria. Anestesia.

“Dieci, nove, otto..”

Buio. Silenzio. Freddo. È così l’infinito?

“Se non sarai tu a deciderti lo farò io.”

Non la vedevo, la sua voce mi premeva le tempie, vibrava lenta nel torace.

-Qualcosa è andato storto! Dobbiamo riportarla subito in sala operatoria!-

“Ti diverti a pensare a come sarebbe, eh? Però non hai abbastanza fegato per farlo davvero!”

Due mani gelide e ruvide mi afferrarono per la gola, le sentivo quasi penetrare nella carne.

-Dobbiamo aprirla. Chiamate subito il chirurgo! Sta perdendo troppo sangue!-

“Lasciami!”

“Dovrei lasciarti? Perché allora pensi sempre a me?”

Sentivo il torace sgonfiarsi sempre di più, accartocciarsi, sgretolarsi. Urlò furiosa.

“Perché mi chiami?”

“Perché ho paura di te! Voglio morire senza vivere, o vivere senza morire!”

Non riuscivo a respirare.

“Cos’è che vuoi?”

“Non lo so! Non so cosa voglio! Ma voglio!”

Il buio si spense.

“Io voglio! Io voglio!”

Apro gli occhi, non riesco a capire se è giorno o notte, ma l’orologio segna le cinque. Faccio per girarmi verso la finestra ma prima che il mio sguardo possa arrivare alle tapparelle abbassate si posa su una figura scura seduta vicino a me.

“Chi sei?”

“Io sono la Voluntas, mi hai partorita stanotte.”

“Cosa..?”

Non riesco a vedere il suo volto, non riesco a capire se sia uomo o donna. È una sagoma nera, quasi una sfumatura.

“I miei genitori erano entrambi dentro di te. Stanotte li abbiamo uccisi unendoli, ed è nato qualcosa di nuovo.”

“Chi sono i tuoi genitori?”

“Una l’ hai cercata a lungo, temendola, cercando di affrontarla per mettere alla prova la tua ossessiva paura.”

“Lei..”

“L’altra l’ hai amata a tal punto da chiederti se fossi in grado di porle fine attraverso la prima.”

“Vuoi dire che ogni volta che chiamavo lei era perché avevo paura che arrivasse?”

“La chiamavi perché volevi annientarne il terrore. La tua voglia di una era voglia dell’altra. È strano come la massima espressione di qualcosa si trovi nel suo contrario.”

“Vuoi dire che il suicidio è la massima espressione della.. Ma..”

“È un inno all’esistenza! Gli opposti si sono penetrati, e io ne sono la sintesi. Ammirami, seguimi in ogni mia forma e direzione.”

La vidi come espandersi e aderire a tutta la stanza, a ogni cosa, adattarsi a ogni forma.

Solo in quel momento riuscii a guardare fuori dalla finestra. Albeggiava.

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