L’arte di abitare la terra

Da il 23 gennaio, 2012

L’arte di abitare la terra (“L’Asino d’oro“, dicembre 2011) di Ugo Tonietti è un libro che sfugge  alle categorizzazioni. Non è un romanzo, pur condividendone il tono appassionato del racconto; non è esattamente un libro di storia dell’arte, pur indagandone la nascita attraverso l’esame delle pitture rupestri; non è nemmeno un manuale di architettura, ma ne parla con la precisione e la sapienza dello studioso. Tonietti, infatti, pur essendo professore presso la facoltà di Architettura di Firenze, nel testo smette i panni del professore e indossa quelli del viaggiatore affascinato e curioso. Il libro, infatti, è un appassionato reportage condotto dagli occhi attenti dell’esperto il quale, con la passione e la curiosità dell’uomo, sale verso le pendici della storia per chiedere all’infanzia dell’umanità cosa c’era prima che qualcuno si mettesse a raccontare la tragedia di Adamo ed Eva.
La memoria di un’infanzia che pare manifestarsi ancora tra le opere architettoniche esaminate, le quali conservano quel rapporto armonioso con la natura che spesso associamo a un modo di vivere lontano e primitivo. Il testo di Tonietti si apre con un’ampia sezione dedicata alle architetture che dal Nord Africa al Vicino Oriente ci stupiscono per la loro genuina e imponente bellezza. Edifici costruiti in terra cruda e argilla, villaggi realizzati con il sale, templi costruiti per sottrazione in Etiopia. Posti dove l’abitare diventa un’arte. Arte che non ha bisogno degli applausi della storia, e si accontenta di stupire con poco, cercando i suoi colori tra gli elementi della natura.
In particolare, gli edifici descritti e rappresentati tra le immagini che compongono il testo, stupiscono non tanto per gli insoliti materiali di cui sono costituiti, ma soprattutto per l’armonia dei risultati. La stessa che ritma i passi delle ballerine tuareg tra le pitture rupestri a Jabbaren, la stessa  che emerge dai ricami dei tessuti sventolanti tra i villaggi marocchini, quella che risuona sulla lingua dei berberi, e che accompagna il cammino di un uomo tra le dune del deserto del Sahara.
Alcuni degli stili architettonici descritti si basano su tecniche di costruzione che non badano alla longevità dell’edificio. Nei paesaggi da lei raccontati, che rapporto c’è tra l’abitare e il costruire?
“L’elemento che più mi ha colpito, soprattutto considerando le radici culturali in cui noi ci siamo formati, è il fatto che l’architettura qui è intesa come un prolongamento della vita, non come come ciò che si deposita nel tempo e sfida i secoli e i millenni. In questi ambienti l’architettura è concepita come qualcosa di strettamente legato alla vita, qualcosa che vive con la presenza umana. Quando gli uomini girano la testa e vanno via, queste architetture di terra, argilla e sale, si decompongono e scompaiono. Prendiamo ad esempio la storia dell’oasi di Siwa: creata a fini difensivi, usando il materiale che si aveva a disposizione, cioè le zolle di sale, appena gli abitanti hanno lasciato la città, queste zolle di sale si sono sciolte, e ridotte al nulla. Ed è tutto scomparso. Questa maniera di agire colpisce perchè ci ricorda che l’architettura viene dopo l’uomo. In questo senso l’abitare è importante, e viene prima del costruire.”
Nel descrivere i villaggi a cupola nella regione di Aleppo, lei scrive: «Fa impressione la capacità umana di inventare soluzioni tecniche e architetture nelle condizioni più estreme, trovando al contempo una specifica cifra identitaria.» Come dire, dunque, che l’uomo nella sfida con la natura, afferma la sua identità umana?
“Non c’è dubbio. L’uomo si rapporta alla natura rifiutando quello che lo metterebbe in crisi e in difficoltà. In questa risposta emerge la sua creatività. E’ bello osservare come, osservando situazioni simili, per esempio confrontando i palmeti nel sud del Marocco, con paesaggi in Egitto o in Siria, la risposta non è sempre la stessa, ma si inventano soluzioni diverse.”
A proposito della sua esperienza a Jabbaren e Tamrit in Algeria, lei parla di un numero immenso di pitture rupestri, alcune delle quali, come quelle che ritraggono le ragazze danzanti, hanno un grande potere espressivo, come se volessero raccontarci qualcosa. C’è un rapporto tra queste immagini e le prime forme di scrittura?
“Non c’è dubbio che tutto il mondo di immagini esteso tra il Tassilli algerino o quello libico, è un tessuto ricchissimo di descrizioni, rappresentanti di una civiltà, quella del Neolitico, quando ancora non si scriveva, ma si sfruttavano le immagini come veicolo espressivo. C’è un’analogia forte con la nostra infanzia. Dopo che siamo nati, infatti, noi viviamo un periodo molto lungo in cui non apriamo bocca, e certamente non scriviamo. In questo periodo noi viviamo solo di immagini e affetti. Ma questo mondo di immagini, non possiamo giudicarlo come un mondo culturalmente primitivo, o meno sviluppato, solo perchè la nostra cultura ha deciso che tutto ciò che è immagine e non coscienza, è qualcosa di animalesco. In questo senso, importantissimo per me è stato il pensiero rivoluzionario di Massimo Fagioli, in particolare per ciò che riguarda la teoria della nascita, la quale dimostra che il pensiero umano alla nascita è un pensiero per immagini, e che la prima immagine deriva da una reazione a partenza biologica che l’essere umano fa rispetto alla natura. Questo ci aiuta a comprendere che cos’è l’arte, come si sviluppa, l’esigenza dell’uomo di rappresentare le sue immagini interne, la sanità dell’essere umano alla nascita, e stravolge i cardini della cultura dominante.”
A proposito, in una delle immagini da lei citate viene rappresentata una donna che sta partorendo. Qui lei scrive: «Il disegno gentile non cessa di parlare e di incantare: é come un’eco che non si spegne e dal profondo dei millenni sembra dirci che il racconto biblico è falso, che la donna può partorire senza la condanna al dolore, in armonia con la natura». Dunque, in una società molto prima del Cristianesimo e del Logos occidentale, non troviamo l’animale, ma una donna che partorisce libera, in armonia con la natura.
“Certo. Osservando le immagini delle donne dell’Algeria siamo indotti a pensare che vivevano in una situazione di totale libertà. Basti osservare la pittura che ritrae le ragazze danzanti, ognuna   diversa, coi loro corpi slanciati e le pose eleganti. Donne, poi, così libere da poter raccontare la loro interiorità attraverso un fitto tessuto di immagini. Senza essere disturbate. …e se i primi artisti fossero stati proprio le donne?”

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