A PROPOSITO DEL CONCERTO-SPETTACOLO DI CAPOSSELA, DOMENICA SCORSA

Da il 19 dicembre, 2012

Vinicio-Capossela-foto-di-Luca-Rossi-Natale-2010Non sono mai stata una fan sfegata di Capossela, né ho mai acquistato un suo cd originale prima d’ora. Forse non sarei capitata ad un suo concerto se non avessi vinto il contest di Ozio Magazine, non nutrivo per lui una forte simpatia.

Me lo immaginavo un uomo panciuto e pieno di sé, uno di quelli che dietro la sancìta patina di cantore popolare avesse ben poco. Mi sbagliavo.

Vinicio sale sul palco alle 21.20, sorprendendomi con due ore e mezza di spettacolo. Ebbene sì, signori, sarebbe semplicistico definirlo un concerto. E’ uno spettacolo.
Indossa l’immancabile berretto, dei baffoni finti e una giacca nera infilata solo da un braccio “per le coltellate emotive” dice “tanto per provare il vezzo di essere un mangas”, l’uomo che dice la verità, senza filtri, in un mondo di bugiardi.
Si aggiudica la fascia di cantore per eccellenza. Non accontentandosi del popolo italico si spinge fino alle coste elleniche, culla della civiltà, approdando nel porto del Rebetiko (“rebeta”, ribelle, colui che non si tira indietro quando le città vanno a fuoco). Genere sincero, che viene dal basso, da gente dignitosa. Musica che parla di crisi, che esprime sentimenti di attualità, “è un lamento che si canta in coro e si balla da soli”.
Diviso tra pianoforte chitarra e baglamas, accompagnato da un’orchestra di sei componenti tra cui alcuni rappresentanti greci, Vinicio sa come unire poesia e tradizione popolare.
Dà sfoggio alle sue ottime doti di menestrello e manifesta il suo lato umoristico. “Hai mai fatto sport? Tossisco”. Conquista tutti fin dalle prime battute: “Fatevi crescere i baffi! Un uomo senza baffi è come una donna con i baffi”.
Le luci sono curate nei particolari, consegnano all’atmosfera un pizzico di misticismo che si fonde con quel senso di appartenenza, squisitamente terreno, di cui sono impastate le musiche ed i testi.
Le rivisitazioni di alcuni suoi pezzi in chiave rebetika sono accompagnate da una trilogia di omaggi imbevuti di anarchia: Lavorare con Lentezza di Enzo del Re, Quello che non ho di De Andrè e Primo Ministro di Marko Vankaris. Il rebetiko -ricordiamoci- non è solo musica, è un modo di prendere la vita, ribellarsi senza rivoluzione.
L’atmosfera è calda, sembra di essere tra compagni in taverna. Mentre beve un sorso di vino seduto al pianoforte, il tono si fa più intimo, si confida, ci racconta di aver sempre sognato il piano-bar. Parla di politica senza sfociare nel qualunquismo. «Io per la classe operaia, alla quale mi vanto di appartenere, darei la vita. Ma per Berlusconi, Marchionne e Riva non darei un cazzo!».
Non mancano le canzoni più morbide come Morna e Scivola va via, cantata da lui rigorosamente con la mano destra sul cuore, come un peccatore che racconta la sua colpa. Né tanto meno la chiusura con Il ballo di San vito, aria vibrante dal sapore popolare e temperatura alle stelle.
E’ stato un dispiacere vederlo andare via. Non posso che dire chapeau.

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