LA PENOMBRA E IL BUEN RETIRO

Da il 12 dicembre, 2011

La prima azione compiuta dopo aver ascoltato “In penombra”, secondo album dei BuenRetiro, è stata chiedere a Google se per caso esistesse una correlazione esatta tra musica e termodinamica, la branca della fisica che si occupa dei legami tra molecole, modificati dal calore. Scopro con mio immenso disappunto che nessuno scienziato si è mai soffermato in maniera particolare sull’argomento, e subito capisco che nessuno scienziato ha mai ascoltato post rock, e nel dettaglio, il post rock del quartetto in questione.

“In penombra” contiene nel titolo una sorta di bugia che fa riferimento ai mezzitoni: in realtà il disco è permeato dei densi contrasti del buio e della luce, e al tepore della luce il suono si dilata all’inverosimile – come nei brani degli Explosions in the sky, o come fanno le molecole con sollecitazioni di questo tipo – per poi ritrarsi in una sintesi che sa giocare con la velocità del ritmo e con il silenzio una volta esposto al gelo del buio. Dalla fisica, i BuenRetiro ereditano l’attenzione ai fenomeni naturali, presentati in un viaggio dalla durata di dodici tracce.

Il loro poema musicale – esige questa definizione la ricercatezza delle liriche, in debito con i Marlene Kuntz – inizia con “Canto primo”. Un prologo che ha funzione simile a quella di “Terzetto nella nebbia” di Umberto Palazzo, introducendo un percorso che rende l’ascoltatore “come aquila nel mare/ ed un lago nel deserto/ idrogeno nel vento/ sabbia nel cemento/ naufrago in tormento/ in errato movimento” (“Quale luce”)
Gli arrangiamenti implementano il senso di quanto viene raccontato nei testi. È significativo in tal senso l’uso quasi tribale delle percussioni e l’espediente della ripetitività nel brano “In cerchio”, a sottolineare l’idea di un rito. Ed è nelle tracce strumentali (“Xenon”, “Finis terrae, “O cerbero”, “Boulier Violette”, “Maree”) che si rende più evidente la dichiarazione di poetica sottesa all’intero lavoro: la musica, per la sua natura insieme tangibile ed eterea, invisibile ma presente, non può che fondersi con aria, acqua, fuoco e terra. In un flusso reciproco di cui quest’album diventa strumento e fine al tempo stesso. Ed è questo il motivo per cui difficilmente resterà “in penombra”.

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One Comment

  1. Mauro

    27 dicembre 2011 at 00:25

    O Cerbero?? (il cane a tre teste??)…:))…”O Cebreiro”…grazie, splendida Roby! 😉

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