I LITFIBA RIPARTONO, MA DAVVERO

Da il 12 febbraio, 2012

Eccoci qua, ad assistere al “Day After Tomorrow” del rock italiano.

I Litfiba, come auspicato da Elio, si “rimettono insieme”. Riemergono dal buio ma nel colore.

In copertina di questo “Grande Nazione“, una versione di Piero e Ghigo che richiama i “Dia de los Muertos”.  E forse anche i Pirati.  E’ l’alba dei morti viventi. E allo stesso tempo il ritorno di due vecchi bucanieri. Caricaturati nello stile dei famosissimi teschi decorati, tipici della festa messicana, forse a voler proporre, già solo a livello di impatto visivo, una versione allegra e contemporaneamente allegorica di loro stessi: due piccoli zombies sorridenti insomma. Come a dire: siamo resuscitati.

E’ la rinascita di un duo storico che credevamo morto e sepolto. E invece no.

I Litfiba riprendono vita, sì. La grinta c’è e ci sono i colori.

Nonostante ci si approcci scetticamente all’idea di una reunion come questa, mettendo in play l’album con un sospiro che subodora la delusione. Nonostante ci sia l’ansia di venire traditi da due cari amici, l’ansia di non potergliela perdonare stavolta.

E invece? E invece niente. Invece il suono che si diffonde è onesto, ben prodotto, sincero.

Rock classico all’Italiana: i clichè ci sono tutti, ma volutamente. Una piattaforma solida da cui ricominciare. E come punto di ripartenza possiamo dire che ci siamo. I Litfiba scelgono un trampolino a metà via. Non rischiano, no. Vanno sul sicuro. Si lanciano di nuovo, insieme, nel mare della musica italiana. Ma da un trampolino stabile, che non oscilli troppo.

E tirano anche noi per i pantaloni  durante il tuffo, scaraventandoci nell’acqua calda e mossa del pezzo di apertura: “Fiesta Tosta“, una polemica diretta e senza mezzi termini sui famosi party pornografici di cui molto abbiam sentito parlare ultimamente, articolata in riff solidi, rime alternate, ritmi incalzanti.

L’ascoltatore ha un solo grande momento di apnea: “Lo Squalo”, pezzo scandalosamente brutto di un album che promette bene in partenza. A detta degli stessi Litifiba, la traccia peggiore. Pelù alla voce non sembra convintissimo, il cantato è forzato, a tratti ridicolo, poco credibile.

Tuttavia, dopo l’embolo della seconda traccia, l’ascoltatore può riprendere fiato e tornare a galla. L’iperbole scesa a fondo riprende quota verso l’alto. I pezzi a seguire si presentano in forma di ballad solide e ben costruite,  con intro liquidi ad immergerci in atmosfere più morbide e profonde. “Elettrica” è un’inno alla donna di carattere, un rock scandito e soffice per celebrare le caratteristiche di una moderna, affascinante Salomè. Così come anche “Luna Dark“, una riflessione forte e dolce che si articola su riff in cui Ghigo, senza grandi evoluzioni, culla il pezzo sottolineando con semplicità e classe l’atmosfera morbida e calda creata dal testo e dalla melodia portante.

Notevole anche “Tra Te e Me” che sembra ricalcare fedelmente lo stile del Pelù solista, ma più profondo, più maturo ed elaborato.

Grande Nazione” e “Anarcoide” agitano le acque dell’album con un po’ di grinta in più, sono pezzi di rock casalingo nella sua forma più ovvia. Niente di innovativo, no. Ma non si può negare che si tratti di tracce convincenti. Roba che, per dirla breve, tira bene in live e accende il coro dei fan dal pratone. Sono gli inni dell’italiano medio, diretti e onesti, articolati nell’ordinaria polemica al sistema socio politico italiano. Demagogia elementare, ma niente da rimproverare ai nostri,visto che è da sempre uno dei tratti distintivi della band. E nella demagogia elementare fondamentalmente non c’è niente di negativo.

Brado” si propone con una ritmica invitante, chitarre grosse, un ritornello niente male. Un manifesto alla Litfiba sull’individualità e sul distacco dalle dinamiche sociali.  A concludere l’album c’è “La Mia Valigia” con i suoi echi di chitarra in sottofondo e la voce di Piero a dare finalmente un po’ di spinta. Una canzone sentita sulla scoperta di se stessi, lontani dalle mura confortanti di casa, che sono la sicurezza e sono la trappola allo stesso tempo.

Con “Grande Nazione” si riprende il viaggio interrotto insomma, e i Litfiba scelgono una nave affidabile, che prenda il largo senza troppi scossoni, che prenda il vento dolcemente, trascinando l’ascoltatore verso orizzonti che si spera siano promettenti, forieri di nuove esperienze. L’immersione non ci lascia traumi. Ci lascia piuttosto la voglia di salire a bordo di un vascello troppo a lungo fermo in porto. Ed è come se Piero e Ghigo, al timone, volgessero ai fan uno sguardo rassicurante, quasi a dire “Si riparte, il vento è calmo, ma si riparte davvero”.

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