MATTEO ZANOBINI, L’INDIE LABEL MANAGER COI BAFFI

Da il 8 marzo, 2012

Matteo Zanobini, professione label manager di Piccica Dischi.

Matteo Zanobini è un control freak. Porta i baffi per sembrare più grande ma sul suo lavoro ha le idee chiarissime, vuole fare cose belle ed emozionare, perché il bello, dice, “È il coraggio delle emozioni“…

 Nelle interviste dichiari di aver mosso i primi passi come produttore per non rimanere intrappolato nei rigidi meccanismi che si innescano all’interno delle major, al contempo affermi che la figura del manager a quel livello non sia così dissimile dalla stessa figura nell’ambito indipendente. Qual è dunque il vero spartiacque tra le due realtà?

Non lo so, non ho mai lavorato dentro ad una multinazionale (e spero di non doverlo fare mai). Quello che volevo dire è che, per quanto con mezzi e risorse diverse, le dinamiche di produzione e le modalitdi commercializzazione dei prodotti musicali mi sembra che siano le stesse. Tutti cercano di avere esposizione nei medesimi modi, più o meno. Tutti cercano di avere il singolo su Deejay, di andare ospiti qui o là, di avere la copertina sul tal magazine.  Ormai parlare di ambito indipendente e major non ha più senso, non esiste l’attitudine alla CPI, per dire. E’ tutto un grande e promiscuo marasma e al pubblico, in ogni caso, non interessa. Molti si riempiono la bocca con questo indie che in realtà non vuol dire più niente ormai da tanto tempo.

Hai poco più di trent’anni ma godi già di una certa fama tra gli addetti ai lavori. Sono davvero i baffi a renderti “credibile”?

L’unico merito che mi riconosco è quello di avere una buona visione d’insieme sui progetti e di considerare la musica solo come una parte della faccenda, e non il fulcro principale. E dei baffi ben curati, quello aiuta sempre. Li ho fatti crescere per sembrare più grande (come Bergomi ai mondiali 82).
Spesso accompagni i tuoi artisti anche nelle varie tappe dei loro tour, sei un perfezionista?

No, sono un vizioso,  mi piace bere cocktail Martini e mangiare in ristoranti sul mare. Quando il tour coincide con queste cose, ci vado volentieri. Poi ogni tanto faccio finta di fare qualcosa di utile, giusto il minimo necessario per guadagnarmi la pagnotta. Comunque no, non sono perfezionista, ma un control freak. Quando posso, dunque, cerco di esserci.

Sei molto accurato nella scelta degli artisti da produrre, affermi di voler dare un’identità alla tua etichetta e di volerla rendere riconoscibile, sembrerebbe che fino ad ora questo modus operandi ti abbia dato ragione.

Non lo so, non sono io a doverlo dire. Però è una valutazione che viene fatta spesso. Al di là della notorietà e del successo dei singoli, mi piace che si avverta questa visione, questo taglio che cerco di dare al mio lavoro. Mi fa piacere e mi gratifica. In linea di massima vorrei sempre fare cose belle, semplicemente. E che facciano emozionare. Perché il bello non è una questione soggettiva, ma, come diceva un orrido cartellone pubblicitario, è “il coraggio delle emozioni”.
Ti ispiri a Vincenzo Micocci, storico discografico della RCA. Credi che sia possibile realizzare un progetto come il suo nel momento storico ed economico in cui viviamo?

Assolutamente no. Siamo in una diversa epoca storica, le condizioni sociali e economiche sono completamente mutate. Nelle grandi aziende musicali non c’è spazio per la novità, per il rischio, per la qualità, per la poesia, la bellezza. O quantomeno nessuno è disposto ad investirci bei soldi. C’è da avere il bilancio in attivo ogni semestre o si rischia il posto, non c’è un programma a medio periodo. Si cerca di spremere il limone finché c’è succo (vedi personaggi usciti dai talent) e poi si passa ad altro. C’è noia, apatia. Almeno questo è quello che vedo io a grandi linee.

Si ha come l’impressione che il pubblico abbia voglia di novità e che risponda positivamente alle voci della musica indipendente. Allo stesso tempo occorre che gli investimenti fruttino fin dall’inizio. Non è più consentito rischiare?

Pensa a Sanremo. Viene naturale chiedersi perché investire su questi ragazzini presi dagli studi di qualche produttore pappone di provincia e non su un Dente, per fare un esempio. Assurdo no? Perché non buttare dentro uno che ha già una storia, un pubblico, un suo perché? A conti fatti dovrebbe funzionare meglio, no? E invece no. Si preferisce la ragazzina pugliese di 17 anni che non è mai stata su un palco, con una canzone di merda scritta da un vecchio autore che ha bisogno di incassare diritti SIAE per pagare gli alimenti alla ex moglie. E’ triste. Come dice il poeta: inchiavabile.

Disapprovi quelli che non si “sbattono” per far conoscere la loro musica e quelli che spediscono demo a casaccio, “Se valete qualcosa qualcuno vi noterà. Di questo statene certi”. In sostanza, o si fanno le cose a modo o è meglio lasciar perdere, giusto?

È  importante sbattersi. Cercare di capire come funziona. Con chi ci si rapporta e perché. Molti rimangono lì fermi e si lamentano. È  un grande classico italiano, del resto.

Hai appena portato a termine la tua collaborazione con Pippola Music e ne hai intrapresa un’altra con Piccica Dischi, l’etichetta di Dario Brunori e Simona Marrazzo. Voi funzionate molto bene insieme, dici che “siete complementari”. Come si è creata questa sinergia?

Naturalmente. Con Dario è facile, si fa come con le donne. Bisogna assecondarlo e fargli sempre credere che stia decidendo lui, mentre invece sei tu che glielo stai inculcando in modo subdolo. L’unico problema di lavorare con lui è la quantità eccessiva di battute che ti rifila (soprattutto la mattina). Simona invece è una santa,  soprattutto perché è lei che mi invia i bonifici.

È iniziato il dieci Febbraio il tour promozionale di Letizia Cesarini, alias Maria Antonietta, l’ultima arrivata in casa Piccica ed è in procinto di uscire il nuovo album di Dimartino… quali altri progetti avete in cantiere?

Sono proprio adesso in studio per i mix di Dimartino. Ha fatto un disco meraviglioso, sentirai presto. il 26 Marzo uscirà la colonna sonora di “E’ nata una star?”, film di Lucio Pellegrini tratto dall’ultimo romanzo di Nick Hornby, con protagonisti la Littizzetto e Papaleo, con musiche di Brunori Sas. Poi c’è in cantiere un altro film, e un musicarello

About Giulia Ortolano

One Comment

  1. Filippo

    10 marzo 2012 at 01:09

    brava Giulia mi stupisci sempre di più…

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