Antiscienza al potere: il problema è nei social

Da il 14 Maggio 2019

Da che mondo è mondo, le teorie negazioniste e complottiste sono sempre esistite e l’esplosione dei social di questi anni ne è stato un detonante amplificatore. Tralasciamo le categorie di coloro che negano avvenimenti tipo lo sbarco sulla luna, l’attentato dell’11 settembre o l degli ebrei. Spendiamo, invece, qualche rigo per i “flat earther”, i sostenitori della teoria secondo cui la terra è piatta e non rotonda come siamo abituati a considerarla. Un pericoloso ritorno all’oscurantismo medioevale che ha trovato anche da noi la sua sponda. In questi giorni si è tenuto a Palermo il Primo convegno nazionale dei negazionisti. Nelle intenzioni degli organizzatori, una giornata di “esperimenti e conferenze” che avrebbero dimostrato che le verità raccontate dalla scienza ufficiale sono solo frottole da propinare ai gonzi. Al grido de “la terra è piatta, il sole è piccolo come una lampadina, la Nasa una Disneyland popolata da attori di avanspettacolo… E ancora, la forza di gravità non esiste, Auschwitz era una amena località polacca”… I paladini del complottismo convocati agli “stati generali” sborsando una piccola cifra di adesione, hanno ribadito le consuete balle stellari al cospetto del pubblico amico. L’ultima definiva: papa Bergoglio asservito a  Soros.

Forse non tutti sanno che il fenomeno, nato come numerosi altri del genere negli Stati Uniti, è stato circoscritto per anni a piccole comunità semi-sconosciute e prive  di voce sui media. Nel 2011 il comico Mattew Boylan postò in rete un  vecchio spettacolo nel quale poneva dubbi sulla corsa allo spazio e sul fatto che la terra fosse rotonda. Certo, quello era un comico e le boutade surreali erano il suo  pane quotidiano. Macché. Fu quella la data di avvio del terrapiattismo in chiave social, un fenomeno che si è ingigantito con il passare degli anni. Fino a raggiungere le odierne dimensioni.

Una ricerca condotta dalla Texas Tech University conclude che le piattaforme social (YouTube, Twitter, Facebook e Netflix) hanno trasformato loro malgrado la risibile teoria in un fenomeno planetario. Che, specie oltreoceano, ha già contagiato milioni di utenti. Secondo i ricercatori la colpa va addossata agli algoritmi, i famigerati moltiplicatori che permettono a chiunque guardi un contenuto online di riproporlo a infiniti individui appartenenti alla stessa categoria. Da questo a ipotizzare che la terra sia protetta da una sorta di gigantesca calotta nella quale il sole e le stelle ruotano illuminando di volta in volta zone differenti. il passo è stato velocissimo.

Di diverso avviso un recente studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il Data and Complexity”, che assolve gli algoritmi. Ipotizzando che gli stessi si limitino semplicemente a mostrare complottismi ai complottisti e contenuti scientifici a chi crede e lavora nella scienza. E’ la teoria delle stanze di eco e del pregiudizio di conferma: l’utente web  guarderebbe “soltanto ciò che lo convince”. I ricercatori sono convinti che la vera causa va ricercata nella sfiducia verso le istituzioni. Per questo, inutile sperare di contenere il problema ricorrendo a palliativi o sostenendo le ragioni della scienza in maniera dogmatica. Una possibile soluzione al problema sarebbe dunque possibile solo restaurando principi di autorevolezza, e delegando a enti terzi la regolamentazione delle piattaforme.

Lo studio americano conferma che la metà dei terrapiattisti interpellati motiva la sua adesione alla teoria spinti da motivi religiosi. Altri la sostengono con osservazioni empiriche, arrivando a teorizzare che solo il percepito è verità. Di conseguenza, poiché né la curvatura della terra né la sua rotazione intorno al sole sono avvertite dall’uomo, gli scienziati spargerebbero solo menzogne e manipolazioni.

Adesso i giganti del web fanno un tardivo mea culpa. Google ribadisce che la sua missione consiste “nell’organizzare le informazioni a livello mondiale rendendole visibili a tutti ”. E annuncia l’intenzione di volerne ridurre i contenuti disinformativi e dannosi per gli utenti. Il cofondatore di Twitter Ed Williams ammette le gravi difficoltà odierne. Riversando ogni colpa sulla pubblicità che, acquistando gli spazi in base alle reazioni del pubblico, se ne infischia del fatto che queste possano essere alimentate dalla paura, dalla rabbia. Solo bloccando il traffico, quindi i soldi, i  fenomeni virali diminuirebbero in proporzione.

Il problema non viene affatto sottovalutato, anzi qualcosa si muove. E’ notizia di pochissimi giorni fa che Facebook ha chiuse 23 pagine con 2,4 milioni di followers che diffondevano fake news e parole di odio (la metà a sostegno di Matteo Salvini). E per riconoscere e arginare la massa crescente di bufale presenti sul web, l’Università di Washington ha varato un corso di “calling bullit” (traducibile in sparare cazzate), le cui lezioni sono diventate anch’esse virali in breve tempo.

Qualcuno in passato ha detto che la “madre degli imbecilli è sempre incinta”. Un concetto condivisibile che, mai come nel caso in questione, calza proprio a pennello.

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