Civitella Alfedena è il più piccolo borgo delle Bandiere Arancioni

Da il 18 Maggio 2019

Dell’Italia paese del mare dei monti si conosce molto.

Esiste, però, un’altra Italia, quella dei laghi che fanno da sfondo a centinaia di borghi, che pure in passato hanno ispirato artisti di ogni genere.

Nell’ottica di farli scoprire (o riscoprire), il Touring Club conferisce annualmente le Bandiere Arancioni, epigoni di quelle blu assegnate da Goletta Verde. Il riconoscimento intende premiare le località dell’entroterra che si sono distinte per offerta turistica, paesaggistica e ambientale. Quei borghi, insomma, in cui il visitatore riesca a ritrovare una qualità della vita che temeva di aver smarrita per sempre.

Tra i molti premiati, abbiamo scelto di far conoscere il più piccolo in assoluto.

Con i suoi 315 abitanti spalmati su una superficie che non raggiunge i 30 kmq., Civitella Alfedena, situata all’interno del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, si erge arroccata su uno sperone che domina la sponda meridionale del lago artificiale di Barrea.

Un paesino appartato e pulito, le cui viuzze del minuscolo centro storico conservano testimonianze architettoniche di valore.

Tra queste, alcuni palazzetti del ‘600 e del ‘700, la trecentesca Torre difensiva a forma cilindrica, la chiesa di Santa Lucia, la cui struttura a croce greca riconduce alla storia religiosa dei monaci maroniti dell’VII secolo. Infine, la chiesa secentesca a tre navate barocche dedicata a San Nicola di Bari testimonia il rapporto con la terra di Puglia, un legame maturato nei secoli grazie alla transumanza. La parte alta del paese è destinata ad area faunistica della lince. Sulla collina prospiciente ci sono il Centro visite del Parco e l’area faunistica del lupo con annesso Museo.

Il rinvenimento nel 1870 di reperti litici risalenti al Paleolitico superiore ha permesso di gettare nuova luce sui Marsi, l’antico popolo di lingua osco-umbra presente in Abruzzo nel primo millennio.

La zona si presenta come un impervio anfiteatro roccioso costituito da calcari e dolomie, la cui impermeabilità consente la formazione di cascate e torrenti che attraversano secolari foreste di faggi e pini neri per poi buttarsi nel fiume Sangro. La particolare struttura orografica per larghi tratti inaccessibile ha altresì permesso di salvare dalla completa estinzione molte specie di piante e animali, tra tutti l’orso bruno marsicano e il camoscio. Proprio la Camosciara è considerata oggi la più grande e importante riserva naturale integrale italiana. Nata come riserva reale alla fine dell’800 con l’intento di tutelare specie a rischio, fu in seguito trasformata in area protetta (500 ettari) grazie all’impegno dell’associazione Pro Montibus. L’istituzione del Parco Nazionale, per come è strutturato ora dopo la fusione dei tre esistenti, ha dato il definitivo impulso a un territorio. E pur tra mille difficoltà burocratiche e finanziarie, permette di godere appieno di quanto una sparuta minoranza di utopici visionari è riuscita nel tempo a sottrarre alle fameliche attenzioni dei politicanti, anche locali.

Va, dunque, ascritto ad loro esclusivo merito se oggi il viaggiatore può permettersi di passeggiare tra vecchie rue, pedalare in mountain- bike tra foreste di faggi e pini neri nella bella stagione, o con sci e ciaspole d’inverno. Infine, tempo permettendo, di tuffarsi nel vicino lago artificiale. Da non sottacere l’eccellente offerta culinaria, l’estrema cordialità dei pochi paesani e, udite udite, la possibilità affatto peregrina d’imbattersi in mamma orsa che girovaga con i cuccioli al seguito. O con un maestoso camoscio in amore.

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(foto dalla pagina Facebook del comune)

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