Il Giappone è bello, ma si lavora troppo

Da il 6 Maggio 2019

Il Giappone, è noto, ha tra le sue indiscusse peculiarità la cultura del lavoro. Fin qui tutto bene, se non fosse che la stessa è portata sovente a limiti estremi, tanto da meritare già nei lontani anni settanta la creazione di un termine ad hoc. Il karoshi, o morte per sovraccarico di lavoro, indica appunto il fenomeno che, a causa degli estenuanti orari di lavoro, scatena nei lavoratori gravi patologie, cardiache e neurologiche, spingendone alcuni al suicidio.

Pare che l’estremo stakanovismo sul lavoro dei giapponesi sia da ricondurre a un accordo stipulato nel primo dopoguerra tra governo e industriali allo scopo di far ripartire una economia azzerata dai lunghi anni di conflitto. L’accordo prevedeva l’impegno degli industriali a garantire la sicurezza del posto di lavoro per tutta la vita in cambio di un tacito patto di lealtà che garantisse pace sociale e orari di lavoro “aleatori”. A quanto risulta il patto ha funzionato alla perfezione e, se il Giappone è diventata la potenza economica che tutti conosciamo, molto del merito va riconosciuto all’abnegazione dei suoi lavoratori.

Il fenomeno viene analizzato da tempo da psicologi ed esperti di ogni genere. Il risultato delle indagini conduce a due cause principali: in primis, alla scuola estremamente selettiva che costringe a sgomitare fin da piccoli; poi, alle rigide gerarchie presenti sul lavoro, che consentono avanzamenti di carriera solo impegnandosi allo stremo. Anche per questo, raramente qualcuno lascia l’impiego, sia perché è difficile trovarne di nuovi, sia perché, nel caso, dovrebbe ripartire dagli ultimi gradini della gerarchia.

Una relazione del 2016 sui casi di karoshi concludeva che oltre il 20% del campione di lavoratori esaminato lavorava almeno 80 ore di straordinario al mese (con punte di 100); una metà di essi non prendeva mai vacanze pagate, altri ancora vedevano la famiglia solo nei fine settimana.

Sono i giovani colletti bianchi, a dovere sopportare il maggior carico di lavoro, perché ciò è quanto si aspettano i superiori. Insomma, se si vuol fare carriera, occorre arrivare molto presto al mattino e lasciare l’ufficio a notte inoltrata.

Per assecondare tali aspettative, non di rado i salarymen, dopo lunghe ore passate alla scrivania, bevono qualche bicchiere di troppo nei pub e perdono l’ultimo treno per casa, passando poi la notte rannicchiati sopra una panchina, appoggiati a una barriera, sbracati in terra o, addirittura, dormendo in piedi.

L’inusitato fenomeno è documenta in decine di foto che il fotografo polacco Pavel Jaszczuk ha raccolto in un volume intitolato High Fashion. L’autore racconta di essersi imbattuto casualmente nei salarymen addormentati girando di notte in bicicletta per le strade di Tokyo. Il contrasto stridente tra gli uomini in giacca e cravatta e la strada l’avrebbe poi spinto a fotografare i personaggi in cui s’imbatteva nottetempo.

Va detto per inciso che schiacciare pisolini durante riunioni o conferenze è un fenomeno “culturale” millenario da quelle parti: si chiama Inemuri e sottintende il concetto secondo il quale, se un dipendente si abbiocca, vuol dire che ha lavorato troppo e per questo merita ampia comprensione.

Una rapida indagine nei locali del centro portò il buon Pavel ad avere conferma della sua prima impressione: prima di rincasare, molti colletti bianchi affollavano i locali per scaricare con una bevuta in compagnia degli amici la tensione accumulata su lavoro. Il fatto è che certi alzavano il gomito oltre il lecito e così perdevano l’ultimo trasporto per casa. Oppure, erano troppo ciucchi per trovare la stazione dei treni o la metro. A quel punto, coscienti o ubriachi fradici che fossero, si attrezzavano per la notte come e dove capitava. Qui entrava in scena il fotografo, che li immortalava nelle pose più improbabili e li inseriva volume citato in precedenza.

Inutile dire che al mattino, riavutisi dalla sbronza i malcapitati, dopo una rapida rassettata al vestiario, riguadagnavano le postazioni per le successive 12-14 ore.

Che roba! Pensare che in Occidente i governi s’interrogano su come ridurre drasticamente le ore di lavoro. E fanno bene: signori, la vita è già breve di suo, quindi perché ammazzarsi di fatica.

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