Il ritorno del MoMA (più straordinario che mai)

Da il 22 Ottobre 2019

MoMADopo quattro mesi di ristrutturazione e il 30% di spazio espositivi in più, ha riaperto ieri i battenti a New York il MoMA (Museum of Modern Art), il più grande contenitore di arte moderna contemporanea al mondo. Un restyling costato 450 milioni di dollari che riapre ai visitatori con spazi ampliati e un design estremamente rinnovato. Con l’odierno restauro il museo conta di sfruttare appieno i suoi 15.329 metri quadrati per esporre almeno 2.400 opere all’anno, contro le 1.500 precedenti.

La storia del MoMA scaturisce dalla mente vulcanica di un gruppetto di signore dell’alta borghesia (soprannominate The Ladies), con in testa Abby Aldrich Rockfeller, moglie del famoso miliardario. Sacrificato inizialmente in poche stanze, stante la palese avversione di John Rocfeller jr. per l’arte moderna, nel novembre del 1929, sotto la direzione di Alfred Barr fu inaugurata una prima esposizione con un numero esiguo di opere. Nel decennio successivo la mostra cambiò casa più volte, fino a trasferirsi nel 1939 in quella che sarà la sua dimora definitiva: il Rockfeller Center sulla 53° Strada, tra la Quinta e la Sesta Avenue. Nell’occasione, la nuova residenza ospitò una grande retrospettiva su Pablo Picasso, un artista molto amato dal direttore Barr, un personaggio questo che, supportato moralmente e finanziariamente dai giovani eredi della dinastia Rockfeller, terrà il ruolo per decenni.

Dal 2002 al 2004 c’era già stato un massiccio intervento di riqualificazione e ampliamento ad opera dell’architetto Taniguchi che, da un lato portò a raddoppiare gli spazi espositivi, dall’altro causò parecchi malumori, sia tra taluni addetti ai lavori sia tra gli utenti costretti a vedere quasi raddoppiato l’esborso per il biglietto d’ingresso (venti dollari contro i precedenti dodici).

Nelle intenzioni dell’attuale direttore Lowry il nuovo MoMA è chiamato a riflettere la filosofia dei grande direttore Barr, un visionario che immaginava gli spazi come laboratori in cui il pubblico è chiamato a fare parte dell’esperimento che abbia come fine il modo di guardare e pensare l’arte moderna contemporanea. O come usava ripetere: “se il museo cambia e si evolve, allo stesso modo l’arte moderna contemporanea cambia e si evolve”. Nella nuova concezione di mostra immaginata dal MoMA sia le tematiche che le opere in cartellone cambieranno ogni sei mesi, ad eccezione di quelle più iconiche che rimarranno visibili in appositi spazi permanenti.

La ristrutturazione appena inaugurata va considerato come una costosa coda della precedente del 2004: si tratta di una torre, con i primi tre piani destinati agli spazi espositivi, che di fatto completa l’edificio di Taniguchi e la cui base si collega con l’edificio principale attraverso ampi varchi metallici che guidano il visitatore alla riscoperta delle sale, con le opere disposte in parte cronologicamente ma, soprattutto, per tematiche, momenti e tendenze artistiche. Sono presenti ambienti dedicati ai live, alla sperimentazione, ai festival, a installazioni sonore, a laboratori che invitano a esplorare idee, domande e processi artistici che provengono da una collezione che, è il caso di ricordare, vanta 150mila opere e ha una biblioteca con 300mila tra libri e periodici, 20mila film e oltre 70mila schede di artisti. La parola d’ordine rilanciata dal museo è, dunque, partecipare alle conversazioni, interagire con gli artisti, fare arte in prima persona, rilassarsi, ricercare spunti per esplorare al meglio il museo.

La promessa è la sperimentazione di nuove forme di inclusione; per esempio, nei confronti di artiste donne o nel dare ospitalità a lavori provenienti da un più largo numero di paesi del mondo. Obiettivi lungimiranti ma non irraggiungibili per una realtà che, il costo del biglietto a parte (peraltro attenuato entrando di pomeriggio), esprime numeri eccezionali (in media la bella cifra di due milioni di visitatori ogni anno) destinati a crescere in misura sensibile stante il crescente movimento turistico globale.

 

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