Ocean Cleanup: LE UNICHE NOTIZIE POSITIVE ARRIVANO DAI GIOVANI

Da il 15 Ottobre 2019

plastica

Ocean Cleanup

In un’era di rigurgiti pseudo-nazionalisti, di antisemitismi, di pulizie etniche prossime venture, le uniche notizie positive arrivano dai giovani.

  • Non più irreggimentati sotto bandiere partitiche e lontani anni luce dalle frange arrabbiate di loro coetanei,
  • milioni di ragazzi si organizzano, colorati e chiassosi, e
  • ed esprimono la loro indignazione verso i potenti della terra che non si attivano nel risolvere quello che può essere definito il problema tra i problemi che affligge l’umanità:

fermare lo scempio ecologico imperante prima che sia troppo tardi.

Ciò malgrado da decenni la scienza ci metta in guardia da fenomeni che, ripetendosi puntualmente, conducono  con rapidità superiore a quanto ipotizzato verso un futuro nerissimo.

In questa sede, ci soffermeremo sul problema delle plastiche nei mari, certamente uno dei più pressanti da risolvere, sia come generatore di rifiuti in senso stretto, sia perché, frantumandosi in microorganismi e introdotti nel circuito alimentare, la plastica rappresenta una componente estremamente nociva per la salute, animale e umana.

Partiamo da una premessa:

  • chi non mai avuto la disavventura imbattersi in un reportage sulla gigantesca isola galleggiante che ricopre ormai una vasta parte del Nord Pacifico (l’ultima stima parla di un’estensione che va dagli 880mila ai 10milioni di km quadrati)?
  • Immagino pochi.
  • Bene, tra le tante soluzioni spesso velleitarie proposte da aziende e inventori della domenica, ce n’è forse una che merita attenzione.

Di fatto, una start-up olandese, la Ocean Cleanup, fondata da un diciannovenne ricercatore di nome  Boyan Slat, porta avanti dal 2013 un progetto che, dopo anni di altalenanti sperimentazioni sul campo, sembra raggiunto lo scopo che si era prefissato:

  • vale a dire, come ingabbiare, trasportare e riciclare la gigantesca montagna di detriti ( plastiche, reti, ecc.) senza intaccare il fragile ecosistema interessato.

La bella iniziativa si è avvalsa di un primo supporto finanziario (31,5 milioni di dollari) attraverso donazioni di privati e istituti di ricerca, oltre a una raccolta fondi in crowdfunding di 2 miliardi nel 2014).

L’idea, geniale nella sua semplicità, prevedeva di sviluppare su larga scala un metodo passivo che rimuovesse i rifiuti marini, all’interno o in prossimità di vortici oceanici, per mezzo di un sistema di derive galleggianti, lunghe 1-2 chilometri e rallentate da un’ancora calata a 600 metri di profondità.

A un pannello rigido posto al di sotto del tubo galleggiante il compito di catturare e raccogliere i frammenti posti appena sotto la superficie.

Spostandosi liberamente all’interno dei vortici, i sistemi avrebbero concentrato le plastiche in un punto centrale, in vista di essere recuperate e trasportate a terra da apposite navi ausiliari.

Dal 2013 a oggi il progetto ha attraversato alterne fasi di successi e delusioni, sia per difficoltà oggettive di tradurlo in pratica, sia per l’evidente ostracismo incontrato in diverse sedi.

Ma, le difficoltà non hanno demoralizzato il nutrito gruppo di ricercatori che, al contrario, sono andati oltre approntando i meccanismi che evitino la formazione delle micidiali micro plastiche.

Con due successive spedizioni, la prima del 2015, chiamata Maxi Expedition, in cui trenta navi hanno attraversato l’immensa chiazza, armate con reti a traino che hanno misurato concentrazione, dimensione e scala di distribuzione della plastica in quella specifica zona.

Successivamente, nel 2016, una prolungata ricognizione aerea ha quantificato, utilizzando moderni rilevatori laser e scanner a infrarossi, i detriti più grandi.

  • Oggi, il problema di come trattenere le plastiche abbastanza a lungo nelle reti,
  • in maniera di trasferirle agevolmente sulla terraferma e avviarle al riciclaggio,
  • pare definitivamente risolto e il 2020,
  • inizialmente ipotizzato come data d’inizio della raccolta dei detriti
  • che, entro cinque anni, dovrebbe dimezzare la dimensione del Pacific Garbage Patch, appare a portata di mano.

Eccesso di entusiasmo, utopia?

Certo, è’ presto per dare giudizi definitivi.

Rimane il fatto che i numeri emersi dalla ricerca pubblicata dalla prestigiosa rivista Environmental Science and Technology (21.290 tonnellate di rifiuti) è spaventosa.

Adesso spetta a tutti noi, aziende e comuni cittadini, avere un approccio estremamente rispettoso verso la natura: ciò al fine di non rendere vani tentativi che possono solo risolvere le varie contingenze che affliggono il pianeta.

Non le cattive abitudini.

Grazie Ocean Cleanup!

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