Overtourism: che cos’è? Scatta l’allarme

Da il 2 Ottobre 2019

OvertourismOvertourism.

C’è un fenomeno che, da una parte fa gioire hotel e ristoranti, dall’altra  turba il sonno degli amministratori di realtà divenute negli anni mete turistiche prese d’assalto da milioni di turisti: “l’overtourism”.

L’allarme overtourism scaturisce dal rapporto “Destination 2030” del World travel & tourism council.

Registra come circa il 45% degli oltre 1,4 miliardi di viaggiatori nel mondo l’anno passato abbia scelto di visitare una città.

Il report ha indotto l’agenzia Onu di riferimento, l’Unwto, a fare suo l’allarme ipotizzando, ai ritmi attuali, un flusso che supererà gli 1,8  di turisti entro il 2030.

Cifre insostenibili per alcune metropoli entrate nel top 9 delle più a rischio.

Allarme overtourism:

Insieme a Parigi, Barcellona, Amsterdam, Praga, Stoccolma in Europa, San Francisco, Toronto e Vancouver oltre oceano, la nostra Roma risulta tra le più vulnerabili.

Di fatto, la Capitale accoglie annualmente oltre 15 milioni di viaggiatori (rilevato un milione in più nel 2018),

un numero spropositato se rapportato ai disagi sopportati dagli stessi turisti e dall’incolpevole cittadinanza.

D’altronde, la disastrata situazione di Roma è all’ordine del giorno sui media di mezzo mondo, indignati dai continui disservizi:

dagli autobus che vanno a fuoco a giorni alterni, alle linee della metro (e relative stazioni) bloccate per guasti e manutenzioni senza fine.

Per non parlare dell’eccesso di manifestazioni in centro città,

  • delle buche, dei sanpietrini che sconquassano la colonna vertebrale,
  • dei finti gladiatori e delle centinaia di bus turistici che inquinano l’aria.
  • Su tutto ciò regna indiscussa la corruzione, piccola o grande che sia,
  • unita al pervicace disegno di distruggere le rare cose buone
  • portate a compimento in decenni di giunte inquinate da lobby e delinquenza comune.

Bene, prima che l’irreparabile travolga uomini e cose, per tentare di rimediare alle principali criticità occorre adottare strategie radicali che coinvolgano amministrazioni locali, investitori privati e legislatori.

Ergo:

la corretta gestione dei flussi rappresenta la chiave per arrivare a un turismo effettivamente sostenibile.

Da parte loro, stante la latitanza del potere politico, gli amministratori procedono in ordine sparso proponendo soluzioni spesso estemporanee.

Per esempio Venezia,

il gioiello patrimonio dell’umanità che il mondo intero ci invidia,

per prima ha introdotto un numero chiuso installando tornelli sistemati nei principali punti d’accesso e, dal 2021,  una tassa di sbarco a carico dei crocieristi delle grandi navi che sconvolgono giornalmente la laguna.

La domanda è: basteranno tali provvedimenti a tamponare l’assalto di trenta milioni di visitatori annui? Francamente ne dubitiamo, a meno di risolverli all’origine;

per esempio, impedendo alle mega-navi di transitare per il canale (in tal senso, qualcosa si sta muovendo in ambito ministeriale) o ancora organizzando il grosso dei flussi di concerto con i principali tour-operator.

Ma anche qui, come rendere risolutiva la soluzione quando due terzi dei visitatori si trattiene il tempo di consumare un panino, gettare le cartacce in giro e, se la coda non è eccessiva, mettere piede nella basilica di San Marco, mentre i veri vacanzieri si organizzano autonomamente online utilizzando uno tra i tanti motori di ricerca dedicati?

Ma, all’estero come si comportano con l’overtourism?

Per esempio, l’Ente Nazionale per il turismo olandese 

ha stabilito che 19 milioni di turisti, di cui 8,4 milioni nella sola Amsterdam,

sono francamente eccessivi da reggere da parte di una popolazione di soli 17 milioni di abitanti.

Per questo, ha deciso che non pubblicizzerà più i luoghi maggiormente presi d’assalto da selfisti e adoratori della cannabis, indirizzandoli su mete poco conosciute, ma non meno intriganti, oppure rimbarcandoli con la forza.

A Barcellona l’overtourism ha provocato addirittura una sorta di rivolta nei cittadini imbestialiti.

Armati con cartelli e striscioni pieni di slogan efficaci, vanno invitando da tempo i turisti, specie quelli più giovani che affollano ramblas e tabarin alla ricerca dello sballo, a starsene a casa loro.

Anche considerando che, non di rado, finiscono le notti ciucchi in gattabuia oppure passano a miglior vita volando giù dalla finestra di qualche albergo dopo un happy hour eccessivamente agitato.

Detto questo, il WTTC suggerisce le basi da cui partire per trasformare le invasioni vacanziere in turismo veramente sostenibile.

In primis, spingere fortemente in direzione della destagionalizzazione;

poi, fissare tetti di flusso percorribili, redistribuire gli stessi tra diversi poli di attrazione e, se il caso, istituire o aumentare le tasse d’ingresso.

Saranno sufficienti tali raccomandazioni?

Per adesso, non resta che confidare nella buona sorte, sperando di non spezzarsi l’osso del collo finendo in qualche buca della Nomentana o di morire soffocati dalle esalazioni in un vagone di epoca garibaldina della famigerata metro B (direzione Laurentina!).

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