Se la giustizia ferma i trabocchi

Da il 7 Maggio 2019

Dei trabocchi presenti lungo la costa abruzzese, da San Vito Chietino a Torino di Sangro, si è parlato tanto e positivamente negli ultimi anni, sia per il fascino in sé delle strutture, sia per l’offerta gastronomica garantita. Certo, mangiare all’aria aperta, per giunta direttamente sul mare, rappresenta un unicum  nel suo genere per le migliaia di turisti provenienti da ogni dove che si sottopongono senza un lamento a liste di attesa lunghe quanto quelle sopportate da pazienti bisognosi di una risonanza magnetica alla ASL pubblica.

D’altronde, sulle affascinanti costruzioni le cui palafitte paiono reggersi grazie all’intercessione del dio Nettuno, si mangia e trinca alla grande, l’atmosfera spinge alla convivialità, il mare intorno è limpido e i suri saltano dal mare direttamente in padella.

Bene. Con la stagione buona alle porte, le trenta strutture presenti su quel lembo di costa sono ferme al palo essendo finite al centro di un’indagine condotta dalla Capitaneria di porto di Ortona e successivamente depositata presso la Procura della Repubblica di Lanciano. Il provvedimento segnala presunte difformità edilizie dei manufatti rispetto ai progetti originali, con conseguente violazione delle norme di sicurezza, urbanistiche e paesaggistiche. Difformità difficilmente contestabili, visto che negli anni i trabocchi sono stati effettivamente ampliati, trasformandosi da siti dedicati alla piccola pesca con la rete in veri e propri ristoranti.

La legge regionale vigente del 1994, con successive modifiche nel 2001 e 2009, permetteva in qualche modo di allargare gli spazi dedicati alla ristorazione; in cambio, i gestori si assumevano l’onere di eseguire a proprie spese le necessarie prove di carico (per legge, 300 chili per ogni metro quadrato). Sulla scorta delle certificazioni prodotte, i comuni provvedevano annualmente al rilascio dei nulla osta.

Per tentare di tamponare in qualche modo il problema, la regione Abruzzo ha in approntamento un emendamento  che modifica la legge in senso favorevole ai titolari dei trabocchi, stabilendo che la parte della struttura adibita a ristorazione non possa eccedere i 260 metri mq., di cui 60 per cucina e servizi, con un’accoglienza massima di 80 persone, personale compreso. Un’iniziativa destinata a far discutere, dalla quale è lecito attendersi l’apertura di  contenziosi che coinvolgono diversi attori (tribunale, comuni e ristoratori).

E mentre il bel tempo sia avvia a farci dimenticare questa strana primavera, le prenotazioni per gustare un brodetto o una frittura di paranza cullati dallo sciabordio delle onde, attendono di essere onorate. Pena la fuga dei turisti che scoprono per la prima volta le bellezze regionali, richiamati, va detto, più dal passa-parola che dall’opera degli Enti addetti.

Staremo a vedere.

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