UN OCCHIO MECCANICO DENTRO LA SWINGING LONDON: “BLOW UP”

Da il 2 ottobre, 2012

«In questa primavera, come mai prima nei tempi moderni, Londra è all’ultima moda. Antica eleganza e nuova opulenza si fondono in un abbagliante ronzio di op e pop. La città bulica di «sbarbine” e beatles, Mini Minor e star della tv, vibra di eccitazione. Le musiche di Lennon e McCartney fanno da sfondo al cambio della guardia davanti a Buckingham Palace e il principe Charles si è fermamente convertito alla moda dei capelli lunghi»(Time, 15 aprile 1966).

Dopo un breve intervallo estivo – con l’arrivo della stagione delle piogge e delle lezioni universitarie – riprendiamo la rubrica dove l’avevamo lasciata, alla sua seconda puntata.
Facciamo dunque un salto dalla patria della Torre Eiffel a quella del Big Ben e degli anellini di cipolla, vista dall’occhio vigile di un regista italiano, Michelangelo Antonioni.

La pellicola, con estrema cura nelle inquadrature, ci fa trascorrere circa due ore in compagnia di un giovane e famoso fotografo inglese, alle prese con un fotolibro che rappresenti la realtà londinese.
Siamo lontani dal fulgido paparazzo felliniano incarnato da Mastroianni, Thomas (David Hemmings) è esponente della gioventù inglese, si muove in un mondo in cui le feste sono a base di alcool, sesso e droghe leggere. E le ragazze sono androgine, dal formato grissino, creature filiformi con occhi enormi e arti magrissimi. In cerca di successo, sognano di fare le modelle, ma finiscono per essere trattate come esseri privi di vita, lasciate in pose statuarie per ore, o usate per bizzarri ménage à trois. Pensiamo alla scena con Jane Birkin (futura moglie di Serge Gainsbourg) e Gillian Hills (che appena qualche anno prima aveva impersonato la Beat Girl di Edmond Gréville).

La città sembra viva e caotica, ma in realtà è svuotata di ogni vitalità autentica: un insieme di persone dove nessuno conosce nessuno. Anche qui Antonioni – come già aveva fatto nella trilogia La Notte, L’Ellisse, Deserto Rosso – riprende il tema dell’incomunicabilità. C’è assenza di comunicazione tra le persone, queste sono scontrose, e pochi i dialoghi. Ci troviamo spesso di fronte a momenti di finta aggregazione, e lo stesso protagonista confessa di essere stanco di tutto ciò, vuole essere libero. “Free to do what?” gli viene chiesto, ma non fa in tempo a dare una risposta.
Grossa importanza invece è data alle immagini, sono queste che devono parlare. Tutto ci appare etereo e privo di senso, gli stessi eventi casuali, buttati lì solo per riempire la pellicola. Peraltro, un po’ come l’elica che verrà messa nel salone, solo per riempire uno spazio vuoto.

Thomas ci appare in tutta la sua arroganza fin dalle scene iniziali, arrivando in ritardo ad un set fotografico. “Who the hell were you with last night?” chiede alla modella. Subito cogliamo il rapporto che lo lega a lei, come mostreranno le scene seguenti. Accompagnato da un musica sensualissima, inizia il suo lavoro. La modella serpeggia, toccandosi il viso, il corpo, le labbra, muovendo i suoi lunghi capelli biondi, mentre lui la incita – “Hunch more!”- fino ad arrivare al contatto fisico vero e proprio. Le bacia il collo, il corpo di lei che pulsa, che si muove lentamente, fino a finire sul pavimento. Lui sopra che grida “Yes yes”, ultimi scatti e la lascia a terra, sfinito si siede sul divano. Forte richiamo all’atto sessuale.

Inoltre, le caratteristiche di lei richiamano una celebre icona, Twiggy, sedicenne dall’aspetto efebico e dalla corporatura esile, priva di forme, divenuta il volto dell’anno – siamo nel ’66.

Il film fotografa le qualità di un’epoca, la società post-vittoriana nelle sue vesti sfacciate e sessantine. In due parole, la Swinging London.
La stessa scelta di Herbie Hancock per le musiche è simbolo dell’avvento dell’era moderna, non dimentichiamoci che fu lui che diede inizio alla contaminazione dei generi con il suo funky-beat-jazz psichedelico.
C’è una scena di tre minuti e mezzo che ritrae dei giovani ad un concerto degli Yardbirds, dei giovani-zombie che si animano per un manico di chitarra lanciato da Jeff Beck (manico che appena fuori di lì, nel mondo, perde il suo valore). I Beatles, d’altronde non potevano più essere usati per scene simili, erano già stati i protagonisti indiscussi di due lungometraggi girati negli anni limitrofi da Richard Lester, Hard Day’s Night e Help!

L’occhio umano, limitato, è contrapposto a quello meccanico, l’unico soltanto che può mostrarci cosa c’è dietro la corteccia apparente delle cose, cogliere la profondità.
Blow up, “ingrandimento”, è ciò che farà Thomas con alcune foto scattate in un parco pubblico, foto che nascondono le prove di un omicidio. Ed è proprio qui che Antonioni sollecita la nostra riflessione: tutto ciò che vediamo può nascondere cose come quella foto contiene dietro le prove di un omicidio? Forte la dialettica illusione – realtà. Thomas stesso accetterà di vivere nella finzione, raccogliendo nella scena finale una pallina invisibile a dei mimi che giocano a tennis.

About Annalisa Esposito

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*