DREAM!

Da il 5 ottobre, 2018

“Se si sogna da soli, è un solo sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”, così cita un antico proverbio africano, quale più idonea per racchiudere il senso di questa mostra?

 

Al Chiostro del Bramante a Roma, fino al 5 maggio l’arte incontra il Sogno “DREAM”, dopo l’amore “LOVE” (2016), dopo il divertimento “ENJOY” (2017).

La trilogia curata dal critico d’arte Danilo Eccher non delude le aspettative neanche quest’anno. Scava attraverso l’arte contemporanea le più intime emozioni dell’uomo, arte che spalanca le porte al profondo animo fino ad arrivare a raggiungere una dimensione spirituale ed emotiva.

Una mostra pop, intesa come “popolare”, l’arte contemporanea fruita da tutti e non più chiusa nella casta degli amanti, vissuta in modo sensoriale e sinestetico con un linguaggio universale.

 

“DREAM” inaugura un nuovo “format”, crea forme nuove di comunicazione, l’arte e la narrazione accompagnano lo spettatore in questo viaggio onirico. Ogni stanza espositiva e accompagnata da un racconto scritto da Ivan Cotroneo e narrato da voci come: Marco Bocci, Cristina Capotondi, Alessandro Preziosi ,e tanti altri nomi.

Si inizia con le voci del sogno “Camminiamo insieme. Per una volta accetta la mia presenza: Chiamami come vuoi, ma accettami. Lasciati andare. Camminiamo insieme. Iniziamo il viaggio”.

L’opera di Plensa indaga l’animo umano stravolgendo i canoni estetici, due volti, occhi chiusi, marmo, striature scure, luce e buio segnano questi visi creando l’attesa onirica.

Bill Viola ci accompagna nel tepore del sonno leggero, una donna forse viva o forse morta, immersa in un liquido amniotico o semplicemente acqua ci racconta che non vuol essere toccata “forse ti sembro sola. Forse ti sembro triste, o perduta. Ma prima di andare via. Prima di uscire da questa stanza e lasciarmi per sempre. Ricorda una cosa. Io sono felice.”

 

Il percorso prosegue con le stanze della perdizione nella foresta, dove forse perdere la bussola non è cosi male come ritrovarla, sogniamo le opere di Anselmo, Merz “Corro. Corro. Non devo fermarmi. Corro senza contare i passi. Corro senza sapere chi sono. Corro come se non dovessi esistere mai più. Corro come gli altri. Attraverserò anche i vostri sogni. Mi vedrete. Sono la ragazza che corre nel buio e non si ferma. Non aprite i miei occhi. Non aprite i miei occhi mai”.

 

Ma il sogno è anche incubo, da vita ai nostri terrori, ai mostri nascosti, Boltanski ce li fa rivivere, teschi, esseri malformati, in una stanza buia da spettatori inermi ci invadono e ci liberano “Danzate. Rimanete intorno a me. Lasciatemi pensare a quello che ho fatto e a quello che non farò. Continuate a ballare, a muovermi, per me. Vi capisco, anche quando non vi distinguo. Siete me,. E io sono voi.”

La fase onirica diviene mano mano più emblematica con le opere di Hakansson, Salcedo, Laib, MccGwire e Costa. Il corpo è trascinato dove non si vuole andare, in un luogo inospitale, irrazionale “Ogni ferita la sento sul mio corpo. Forse devo smettere di dimenticare. Di fuggire. Forse devo ripartire da qui. Da questa stanza. Da queste ombre. Da queste presenze. Dimenticare non è possibile. Dimenticare non da pace. Solo il ricordo si salva, questo vuoi dirmi. Solo il ricordo libera. Solo il ricordo”.

Ma dopo il buio c’è la luce, la pioggia dorata di Tane “E’ pioggia senza vento, in un silenzio immobile. E’ una discesa lenta su di me, sulla testa, sulle spalle, sulla schiena. Sui muscoli non fa male, non immediatamente, non è un dolore mentre si impossessa di me, solo una presenza sul corpo, come una mano senza dita, infinita. L’oro scivola lento lungo di me, come se volesse disegnarmi e lasciare solo un’impronta sottile”.

 

La luce e l’universo nel video di Ikeda, i sogni infiniti, surreali “Verrò via da questo muro. La mia grandezza e la mia bellezza ti lasceranno senza fiato”.

 

Il sogno continua in salita, nelle scale, nel percorso ci accoglie Kehayoglou, fili, materie, assenza di memoria, di traccia, di ricordo, un percorso nebuloso, travagliato, intrecciare ricordi, memorie “il pensiero rallenta le mie mani, per qualche istante. Ma poi continuo ad intrecciare, veloce,senza pensare. Non posso fare altro che questo. Forse un giorno troverò il coraggio di mostrati questo mondo. Forse invece metterò via tutto e non ne saprai mai nulla. Il troppo amore spaventa quanto il troppo poco, questo mi dico, mentre aggiungo ancora un fiume nel nostro regno”.

La trama si ingarbuglia ancora in un vortice, ci fa perdere l’orientamento, ci confonde e ci catapulta in una dimensione senza regole e certezze in flussi dinamici, questa è l’opera di Kogler “Tranquilla. Calmo. Segui il mi filo e ti giuro che non ti perdera. Te lo giuro, fidati. Hai le vertigini, dici. Bene. E’ il segno del tuo amore per me. Ti fa paura chiamarlo amore? Fa paura a tutti.” E ancora “ora lo sai. Perderti per ritrovarti. Diventa vertigine e nella vertigine trovami. Io ti riporterò fuori di qui.”

 

Le stelle, la notte, il sonno, in Miyajima il viaggio continua, una cascata di stelle numeriche blu ci accolgono e ci ospitano, ci illuminano, e se vedessimo una stella cadente? Quale sogno vogliamo che si avveri? “Alla fine ho fatto pace con la mia testa e quello che c’è dentro. Ho fatto pace con quello che corre sopra di me, e con il tempo che mi si chiude intorno. Una sola cosa ho capito. Che nessuno dei miei numeri è indifferente. Che non bisogna lasciare andare un numero senza avere provato un’emozione. Io non lo so, perché non so fare i conti ma forse questo è vivere”.

 

Ontani ci culla in un letto, ci ospita e ci rassicura “Vorresti sapere come mi chiamo, ma io non ho nome. Io sono l’accoglienza, il calore, il lenzuolo che prendo forma su di te. Sono l’abbraccio. Sono la lava dei vulcani, e dell’acqua degli oceani. Sono nell’oscurità sotto gli alberi, e nel vento quanto è buio. Ancora un passo. Vieni più vicino. Sono qui per darti tutto”.

Il tempo che si annulla, il tempo che ci insegue nella veglia e che si perde nella notte, nel sonno: Spalletti ci trasporta in un candore senza indicazioni, soli con se stessi e in compagnia del nostro inconscio, ma il sole sta per sorgere, gli occhi si apriranno fra poco, questo silenzio sta per terminare, dimentichiamo la voce dei nostri sogni, la nostra strada notturna “Ora dimentica anche la mia voce. Spalanca le braccia. Sei pronto. Aspetta la freccia del giorno che ti colpisce. Sarà dolce come una carezza.”

 

Il sole è sorto oramai Turrell ci risveglia con una grande finestra illuminata, con colori caldi e freddi come il nuovo giorno da costruire, ma caldi come il nostro viaggio di una notte, che si ripete ogni volta in modo sempre diverso “Questo non è un addio. E’ solo la mia mano, che si stacca dalla tua, per lasciarti libero di camminare. Fuori il mondo aspetta. Vai.”

 

Non smettere mai di sognare

Ad occhi aperti e chiusi

Riposti in un cassetto

Sperati e desiderati

Amati e odiati

Vita e sogno.dream-desktop-background

About Ilaria Bibbo

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