FLAVIO SCIOLÈ: UN ARTISTA PURO CHE COMMETTE ATTI IMPURI

Da il 29 gennaio, 2012

Flavio Sciolè è del segno della Vergine, come Artaud, Caligola, e il marchese De Sade.

Ma negli occhi ha uno strano, quasi benevolo, sorriso. A differenza di innumerevoli cazzoni, di origine pescarese come lui, che si definiscono ‘artisti d’avanguardia’, Flavio Sciolé viene dal teatro di tradizione. Prima ha imparato la grammatica di base, poi ha imparato a sperimentare. Dal 2001 sta lavorando a Kalvario, il suo primo lungometraggio, l’antifilm definitivo. La cui genesi è tutta racchiusa dentro i suoi due romanzi mai pubblicati. Li ha scritti su un taccuino, in maniera casuale e rapsodica. “A un certo punto lo chiuderò, Kalvario, lasciandolo incompiuto, interrotto. Sarà un atto di deriva filmica”.

Alcuni suoi video sono ospitati dalla Biennale d’arte di Venezia, nella sezione ‘Omaggio a Joseph Beuys’. E, sempre per dirne qualcuna, il suo Ciclo decadente è stato proiettato a Romaeuropa, che gli ha dedicato una retrospettiva; al Macro di Roma e a New York, che gli hanno attribuito un’altra retrospettiva; e sempre la Grande Mela lo ha rivisto protagonista con delle proiezioni speciali al Centro di cultura italiana. Poi gli tocca abitare a Pineto, i giornali locali lo snobbano bellamente e su facebook i suoi (rari) post non fanno strage di mipiace e di vacue estenuanti maratone di commenti. “I miei video sono girati senza post-produzione. Sono un atto di attacco al cinema”. Flavio Sciolè col suo anti-cinema, il suo anti-teatro, le sue anti-performance nude ed estreme, è una specie di (anti)star. E’ stato in concorso nei più prestigiosi festival cinematografici e artistici del globo. Ha preso parte, con ben tredici video, al Portobello Film Festival di Londra. Su Google e su Youtube digiti Flavio Sciolé e ti si squaderna il mondo. “Non creo in funzione di un pubblico, ma di me stesso. E della Madonna”.

Forse la sua vita è una gigantesca messa in scena. Flavio Sciolé è un intellettuale onesto e puro. “L’arte è per me un fatto etico. Ecco perché mi dimetto sempre da quello che faccio”. A suo modo è un filantropo. “Ogni tanto mi ci rapporto anch’io, alla razza umana. Nulla che porti alla consolazione dell’altro dovrebbe essere più permesso”. Forse è un (anti)anarchico assoluto. “Anche se sei anarchico, devi pagare le bollette”. Quando rinascerà non potrà rifare che questo. “Mi fanno ridere quelli che mi chiedono ‘Ok, ma che lavoro fai, nella vita?’. Il dopolavoro artistico è uno schifo. E’ uno dei cancri della nostra epoca”.

Flavio Sciolé si è sposato ed è stata una cerimonia rigidamente antimatrimoniale. Locandine numerate, ognuna differente dalle altre. Lancio di paillettes al posto del riso. Omelia recitata da un prete fittizio, con tanto di voce disarticolata. Patto di sangue notturno tra i commensali. Così è, e se vi pare. “Per me l’istanza creativa rappresenta l’unico punto di partenza plausibile per fare arte, creare. Senza istanza creativa, cambierei lavoro. Per me conta soltanto l’istante creativo, come esplosione di un’impellenza altrimenti impossibile da decifrare. Anche se l’esposizione pubblica delle mie opere è indispensabile, per non correre il rischio dell’autorefenzialità”. Alternative take: “Io sono autoreferenziale”.

Flavio Sciolè è il predicatore, l’apostolo e il sommo discepolo del cosiddetto Teatro Ateo: “Nel coniare l’espressione Teatro Ateo ho voluto intendere una forma di teatro che non fosse una semplice clonazione del preesistente. Amo lavorare sugli strati intermedi dell’umano esistere. Quelli labili, liminari, grigi. No all’amore, all’odio, alla pace. Sì ad ansia, paranoia, alla follia. Anche se poi, nel far questo, tendo ad adottare, d’inverso, colori netti e recisi. E faccio un largo uso di simboli e immissioni testuali extrateatrali, come i guanti, i telefoni. E il punk-hardcore”. Nelle viscere del Teatro Ateo: “Il mio modulo originale, è la recitazione inceppata. Significa accentuare, indugiare nell’errore, nello sbaglio. D’altronde lo sbaglio inquadra la dimensione-principe dell’uomo, che non potrà mai essere perfetto. Adoro la parola strozzata, e agisco sempre contro il mio corpo, contro me stesso, contro il comune senso del buon senso. Ecco perché, durante i miei spettacoli, spesso e (non)volentieri mi provoco del male, mi ferisco, compio gesti pseudo-epilettici. Io commetto soltanto atti impuri”.

Provocare, essere pietre dello scandalo quando tutto, ma proprio tutto, è stato detto letto e visto. “Sono dieci anni che, a ogni mia uscita pubblica, vengo bollato come ‘caso’. La cosa comincia a lasciarmi di stucco. Che poi, in verità vi dico, nessuna censura è più possibile perché coloro che ci governano, che non esistono, non si accorgono più di nulla. Almeno negli anni ’70 facevi scandalo per davvero. I democristiani erano censori e occhiuti, perché avevano occhi per vedere. Oggi no, non ne sono più capaci”. E “tanto varrebbe, a questo punto, non far più nulla”. In ogni caso Sciolé non è né un sedizioso iconoclasta né un sordido bestemmiatore, “perché Dio per me non esiste”. E il papa Ratzinger? “Il male assoluto”.

Ricordo dove e quando lo conobbi. Al Mumi di Francavilla, sei o sette anni fa. A margine di un vernissage di non-sapevo-bene-cosa riuscì a ricreare, a mio esclusivo uso e consumo, un invincibile siparietto felliniano, un eroicomico avanspettacolo dell’assurdo, dentro il minuscolo bar del Museo, che era gestito da un ignavo gentiluomo sulla sessantina che pareva essere sopravvissuto ai migliori incubi kubrickiani. Spacciandosi per ambasciatore degli organizzatori della ‘Festa’, Sciolè svaligiò, sotto gli occhi vitrei dell’impagliato oste – rapidamente trasformatosi da vittima in co-carnefice, da passivo spettatore ad attore protagonista  pronto a tutto -, un frigorifero che manco ai tempi di Happy Days. Bevemmo, a sbafo, rum e cola. Rum e pera. Rum e succo di mela. Rum e Sprite. Nacque una reciproca (non)amicizia.  Consacrata negli ultimissimi anni. Ricordo che bevevo. E ridevo. E bevevo. Come sempre, un tempo, insomma.

Flavio Sciolé si professa apolide: “Trovo assurdo che un essere umano venga ancora oggi classificato in base alla sua provenienza  geografica, alla sua razza o alla sua religione. Questo vecchio paradigma anche nel mondo dell’arte, come nella vita, tende a creare gruppi che si definiscono superiori ad altri gruppi, ed è tutto qui il male dell’uomo. Bisognerebbe abolire tutte le bandiere, drappi inutili e sporchi di sangue, per innalzare un’unica, sconfinata, bandiera bianca”. Non vota più da anni, “sono un essere improduttivo”. E’ un artista puro, che commette solo atti impuri.

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