HEI, PARLIAMO DEGLI ANNI ’70? PANIC IN NEEDLE PARK

Da il 15 ottobre, 2012

Sapete quale droga è meglio di tutti? La morte“.
Accidentale. Come tutte le cose belle che spesso accadono, la scelta di questa pellicola è nata accidentalmente. Quest’analisi doveva essere dedicata a un altro personaggio popolare della scena americana, e invece, cambio di programma, eccoci qui.
Lo ricordiamo tutti nei panni di Michael Corleone, qui Al Pacino è nella sua prima parte da protagonista, ammaliante come la Circe omerica. Indossa i panni di Bobby, piccolo spacciatore, futuro eroinomane. Porta i basettoni rockabilly anni ’70, il modo in cui mastica e tiene la sigaretta è strafottente, i suoi occhi tondi ed i capelli-da-Beatles ricordano Huffman.
Panic in Needle Park ruota intorno al binomio planetario Bobby-Helen, panic è il termine usato per riferirsi all’astinenza dalla “roba”.
La pellicola si apre con l’aborto di lei e l’incontro dei due, destinati a non perdersi, destinati a dissiparsi nello stesso oblio.
Lei ha una personalità fragile, ha lasciato la sua famiglia composta “da un padre, una madre, un fratello e un prato” per raggiungere la Grande Mela, debole non riuscirà mai ad imporsi e ad abbandonare quel mondo, tradotto orrendamente in italiano con Siringa Park.
Il film ha un valore d’urto, denuncia i medici corrotti e l’egoismo dei tossicodipendenti. “Everyone in this situation will rat on someone else, always.” La stessa Helen per procurarsi la dose finirà per prostituirsi e, successivamente, tradirà il compagno anche se il sentimento che lo lega a lui è dai contorni vividi e autentici. C’è una scena toccantissima in cui lei torna a casa dove aver visto il suo ex ragazzo. “Credevo non tornassi più” le sussurra Bobby. “Non resistevo” risponde lei.
C’è voglia di riscattarsi, lasciarsi alle spalle quel mondo, ma non ci riescono. C’è il desiderio di fuggire in campagna, asilo idilliaco, sposarsi, ma non ci riescono. Non riescono a ricominciare, sembrano caduti in un buco nero che li inghiottisce sempre più. La scena del suicidio del cagnolino, improbabile e metaforica, spegne ogni barlume di speranza.
Nella scena finale, lui esce dal carcere dopo sei mesi e lei è lì, fuori ad aspettarlo. Camminano di nuovo fianco a fianco. E’ la seconda volta che lui esce di prigione, il richiamo alla prima è palese, ne ripercorriamo mentalmente le tappe. Lui viene a sapere che lei si prostituisce e colmo d’ira la picchia. Lei urla, si chiude in bagno terrorizzata fino a che il tono, e la rabbia di lui, si placa. Le chiede di entrare, si abbracciano. L’empatia è tanta, le immagini trasudano tutto il dolore e la solidarietà che lega i due, due anime segnate dallo stesso destino.
Nessuna esagerazione, nessun giudizio di manica larga: la recitazione è eccellente, il montaggio è incalzante, le inquadrature impeccabili, che sembrano dipinti. Catturano visi per coglierne espressioni e sentimenti, esaminano in dettaglio scene di iniezione. Il regista, nondimeno Schatzberg, un fotografo famoso del tempo – la copertina dell’album “Blonde on Blonde” di Bob Dylan è sua – con una camera a spalla guarda attraverso porte, finestre, per entrare in un decennio dalle tinte forti. Parliamo degli anni ’70, anni di libertà, trasgressione e lotte politiche, anni di contestazione, in cui il fenomeno della droga, come il sesso, era parte integrante dello stile di vita dei giovani.

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