Ho scritto Arte sulla sabbia, incendiandola: Erica Abelardo

Da il 16 dicembre, 2011

Se poco tempo ha avuto Pescara, per gustare i prodigi dello Huge wine glass, il bicchiere di Toyo Ito, e di un liquido che sinuosamente e liberamente si muove nello spazio circoscritto di un parallelepipedo in acrilico polimetilmetacrilato;  molto di più è il tempo che Toyo Mon Amour, a cura di Luca Di Francescantonio, concede alla riflessione, alla discussione e alla creatività intorno ad esso.  Erica Abelardo, in arte Eka, si distingue nella seconda edizione dell’evento con una memorabile sand-art performance. In un’intervista ci racconta di quest’esperienza ancora così marginale nel nostro paese. Parlerà poi dei suoi progetti, nonché della sua creatività multi direzionale e persino dell’insospettabile potere della superstizione …

Erica Abelardo, visual designer. A ben vedere, mai questa locuzione è stata contenitore di così tante attività simili e differenti: grafico pubblicitario, web designer,  jewel designer, illustratore digitale, fotografo , video maker, designer fashion products, fire performer, artista, fumettista… con le tue attività potremmo riempire tutte le battute consentite, per cui finisco immediatamente di vantare le mie capacità di agente investigativo e veniamo a te. Tra tutte, quali attività di questa artista incredibilmente poliedrica, si chiamano davvero Erica Abelardo?

Eka: “Tendo a non considerare nessuna delle mie competenze distinte dalla mia personalità.  Anzi, la maggior parte dei miei lavori risultano dall’’interazione tra di esse.  In quanto il comune denominatore è sempre il motore creativo, dunque l’arte;  cambia solo il supporto, o il metodo con cui opero.  La creatività e la curiosità sono il mio motore.  Credo che Erica Abelardo sia in questa molteplicità. Erica è un prisma, un’artista multi sfaccettata”.

Sei molto popolare qui da noi, sicuramente in molti ti hanno vista esibirti indomita con il fuoco, o magari hanno pattinato al tuo fianco, o esposto al tuo fianco. Ma nell’ultima edizione di Toyo Mon Amour hai ricevuto un plauso eccezionale, reinventandoti come sand-artist, deduco la nuova faccia di questo prisma. Raccontaci in che modo ti sei ritrovata con le mani nella sabbia.

Eka:  “Si, posso dire che la sand – artist sia la mia nuova pelle. La pubblicità della Eni mi ha portato a conoscenza della sand art, e l’ispirazione è avvenuta nella mia sala studio a casa: uno dei miei computer portatile è posto su una scrivania particolare, si tratta di un tavolo luminoso costruito da mio padre all’età di 18 anni. È uno strumento utilizzato nella fotografia old-school per la lettura delle diapositive, e dei negativi. Negli ultimi anni questo tavolo è stato ridotto a semplice piano d’appoggio, finché la suggestione di quella pubblicità non mi ha spinta a sgombrarlo, e utilizzarlo per sperimentare la sand art.   Il web, e in particolare youtube mi sono stati molto utili per risalire alla storia e alle origini di questa tecnica.  Sono un’illustratrice curiosa, un’artista curiosa, alla continua ricerca di nuove sfide:  disegnare un’immagine sulla sabbia è un’operazione che richiede pazienza, sintesi e ragionamento… dovevo sperimentare anche questo. Tra l’altro, con mia grande sorpresa, ho scoperto di essere  la quarta persona in Italia ad operare sulla sabbia. Anche in questo campo l’Italia è rimasta piuttosto indietro, rispetto agli altri paesi … di molti granelli!”.

Dunque abbiamo la terra, il fuoco, l’acque e l’aria?

Eka: “Nel mio percorso umano e artistico i quattro elementi occupano un posto fondamentale:  la sabbia è un elemento riconducibile alla terra e se guardiamo alle mie passioni,  ritroviamo appunto il ghiaccio nel pattinaggio artistico; il  fuoco  e l’aria….beh qualcosa verrà fuori più avanti”.

Il video di Toyo Mon Amour è intitolato Toyo story. Cosa rappresenti esattamente? Quali storie racconti?

Eka: “Toyo story” è il sequel visivo di un racconto pubblicato sul mio blog personale, “elefante vs calice , l’apotropaico mancato”[1]  ispirato dalla vicenda del calice di Toyo Ito e dal quale poi ho tratto lo spunto per la scultura realizzata in occasione della scorsa edizione di Toyo Mon Amour. La sequenza delle immagini sulla sabbia suggeriscono una sintesi del racconto, arricchito di ulteriori particolari. Ad esempio, nella prima immagine, i fiori nascono dalla terra esattamente come dal vino nasce l’idea del calice dalla mente di Toyo Ito. Quindi la creazione dell’opera, le intemperie, e gli altri fattori che ne hanno determinano la rottura … fino alla comparsa dell’elefante che vince , con la sua pelle dura, la sfida della resistenza al tempo. Essendo l’elefante un’opera datata e costruita con criteri totalmente differenti”.

Il tono del racconto non fa pensare ad un confronto, quanto ad una convivenza. Perché fai riferimento ad una figura apotropaica?

Eka: “Apotropaico, perché il racconto fa riferimento a cause della rottura del calice, mosse dalla superstizione, dalle energie negative. Le quali si sono poi servite dell’escursione termica e quindi del clima per mettere fuori gioco l’opera di Toyo Ito. È  un racconto leggero, ironico. Porta avanti un discorso morale proprio perché intende far riflettere. Sulla vicenda del calice, ma più in generale sull’arte moderna e su quella del passato”.

Veniamo ai tuoi dipinti. Nei disegni in genere, sembrano riunirsi due tendenze opposte: la mitologia, la storia antica, l’archetipo con il fantasy, il futuristico, il cyber. Quasi due lembi che ricongiungi a formare un cerchio continuo, il punto di sutura tra antico e moderno. Nell’ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris, il protagonista ad un certo punto realizza che il vero male dell’uomo è l’insoddisfazione. Che l’idea nostalgica di poter essere più felici in un’altra epoca è un falso idolo e che in ogni epoca, per ogni uomo, il presente è stato insoddisfacente perché insoddisfacente è la vita. Ciò che tu intendi esprimere, e un’insoddisfazione un po’ spaesata, che nega il presente ma non sa se rifugiarsi nel passato o sperare in un futuro migliore, o rappresenti la soluzione dell’equilibrio in questa epoca?

          Eka: “Non c’è epoca che abbia avuto un giusto equilibrio, Il presente dimostra parecchi squilibri. C’è bellezza anche in questo, comunque, se la si vuol trovare.  Occorre inventarsi un punto di vista favorevole da cui guardare. Ottimismo e curiosità: questa è la formula contro l’insoddisfazione a prescindere dall’epoca in cui ci si trova. Il situazionismo per me è materia di indagine: mi piace riflettere sulle dinamiche che spingono gli individui a fare delle  scelte.  Tutto è materiale creativo, l’insoddisfazione non credo mi riguardi, se non per momenti brevissimi”.

La donna guerriera, che altrove ho descritto come “padrona di una sensualità che non è asservimento della condizione femminile al desiderio maschile, ma di forza, dominanza,  consapevolezza del sé … “ quale realtà interpreta? Quale ruolo ha, oggi, nella società?

Eka:  “Ho da sempre un’adorazione particolare verso il corpo femminile. Le mie donne illustrate sono eroine,  amazzoni . La forza interiore della donna si evidenzia mediante il segno vigoroso dei muscoli, allusione alla fisicità maschile.
Credo che l’aspetto esile della donna talvolta falsi la forza che si cela dentro di esse.  Le mie rappresentazioni  intendono esaltare, sul corpo, questo vigore”.

Nel tuo blog affermi che “L’arte, seppur non essendo una religione ma un” libero arbitrio dell’anima” , riesce a radunare uomini di ogni dove, in numero notevole”. Sicuramente l’arte, proprio per questo motivo, è stata uno strumento insostituibile per la religione, concretizzando una teoria in qualcosa di, se non tangibile, perlomeno conoscibile. Lo affermi , parlando dell’esperienza collettiva del Burning Ma[2]. Vuoi spiegare di cosa si tratta e perché ne sei affascinata?

Eka: “ll Burning man è un’esperienza che ambisco compiere, una meta che prima o poi                        vorrò raggiungere. L’evento Burning man non è solo un paese dei balocchi, un’occasione di divertimento. È  un’esperienza meditativa, che gemella spiritualità. È un rapporto con la natura, è sopravvivenza, è  interazione con il prossimo, è libertà di espressione più profonda. Un luogo in cui si riuniscono  giocolieri e  artisti; è un mondo perduto dove credo troverei creature simili a me:  persone curiose, libere di contaminarsi, che non si precludono nessuna forma d’arte e di espressione”.

Potremmo considerarla un’isola incontaminata del mondo onnicomprensivo  dell’arte?

Eka: “Esatto”.

La capacità di convogliare persone ad un evento artistico, oggi, vive il suo aspetto patologico, definito dagli esperti “Artenteiment” cioè la spettacolarizzazione dell’arte, ridotta dai media a pura esperienza di consumo, consumo di massa. Il che tratterebbe l’evento artistico come un qualsiasi altro evento mondano e priverebbe lo spettatore dell’arte del senso critico. Sostituendo all’opinione personale l’opinione pubblica e mediatica. Lo slogan al gusto. L’occhiello all’opinione. Il corpo alla capacità argomentativa e la coda alla fonte. Cosa pensi di tutto questo?

Eka: “La spettacolarizzazione dell’arte è la conseguenza di una moda che ha ravvisato in essa una possibilità di guadagno. L’arte è cultura, si rivolge a tutti. Ma il singolo ha trovato nell’arte l’occasione di attribuirsi un lustro eccezionale, condizione appetibile e in questo modo facilmente acquisibile per chiunque. Sentirsi così, in qualche modo, parte di una elite. Per questa ragione si moltiplicano i grandi eventi artistici ai quali accorrono masse composte di pochi curiosi e tanti in cerca di un diversivo, di un passa tempo. Privi della capacità di comprendere”.

Direi anche privi della volontà di comprendere.

Eka: “È moda, accodarsi è necessario. In definitiva è consumo, fa mercato. D’altronde la speranza che le masse prima o poi scelgano di alzare la testa e rendersi più consapevoli, è l’ultima a morire, no?”.

In un passo molto suggestivo di “Lo potevo fare anche’io” Francesco Bonami afferma che “L’arte è  il sangue nelle vene della storia del mondo”. Come commentare quest’affermazione?

Eka: “Un’affermazione di impatto, certamente vera. L’arte è un dono, è un patrimonio culturale irrinunciabile che ha accompagnato da sempre la storia del mondo e ne continuerà ad essere linfa vitale. Complice la tecnologia e le nuove idee, ci stupiremo ancora delle forme di espressione che verranno fuori in futuro. L’arte è immortale”.

Dopo averci incantati tutti con la tua sand-art performance, cosa farà ancora Erica Abelardo?

Eka:  “Lo  scopriremo solo vivendo?! Diversi progetti bollono in pentola. Innanzitutto intendo riavvicinarmi alla scultura, al tutto tondo. Oggi si comincia a parlare di scultura 3D, digitale.  Io vorrei sperimentare sia quella virtuale, sia quella in cui ci si sporca le mani…”.

Ho sentito parlare di un pianoforte …

Eka: “Sì vorrei ogni volta cambiare accompagnamento musicale quando disegno sulla sabbia. Per l’evento Toyo Mon Amour, avevo due percussionisti di hang drum, strumento che qui in Italia è poco conosciuto ma che ha un suono molto dolce ed ipnotico. Da qui in avanti, mi piacerebbe essere accompagnata  dalle note di un pianoforte… chissà”.

 

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