ABBIAMO CURA DI NOI: L’ARTE CHE NARRA DI SOPHIE CALLE

Da il 6 dicembre, 2012

È grazie all’opera “Take care of yourself” del 2007  che ho conosciuto l’artista Sophie Calle, nata in Francia nel 1953 e protagonista del Padiglione francese della Biennale di Venezia del 2007 .

La Calle usa una lettera di addio, la fine della sua storia  d’amore diventa un’opera d’arte.

La lettera da lei ricevuta è normalissima, lunga meno di una pagina breve. Accendi il computer e ad un tratto te la trovi di fronte , all’inizio leggi con curiosità e quando giungi alla fine cerchi ancora, cerchi quel perché che non c’è: è finita. Lui appare garbato, gentile, colto, uno scrittore forse, di certo un uomo che usa molto bene le parole.

“Avrei preferito parlarti a voce, infine ti scrivo”. “Ho creduto che avrei potuto darti il bene” “che il tuo amore fosse benefico per me”. “Non ti ho mai mentito e non comincerò a farlo oggi”. “Mi dicesti che quando avremmo cessato di amarci non avremmo più potuto vederci: una regola che mi pare dolorosa e ingiusta. Tuttavia: non potrò diventare per te un amico”.

E poi ecco l’inevitabile “”ti ho amata nel mio modo e continuerò a farlo, non cesserò di portarti con me”.

Ed infine l’addio: “Avrei preferito che le cose andassero diversamente”.

Le ultime quattro parole. “Abbi cura di te”.

TAKE CARE OF YOURSELF- ABBI CURA DI TE- PROVENEZ SOIN DE VOUS.

L’artista sceglie 107 donne in base al loro mestiere e lascia loro interpretare questa lettera, dove ognuna recita il proprio ruolo professionale.

“Analizzarla, cantarla, recitarla, danzarla. Capirla al posto mio. Rispondere per me” , questo ci spiega l’artista. Ognuna delle donne scelte ha dato una sua interpretazione per iscritto o a voce o per gesti. L’ istallazione è composta da scritti, foto e video, fra queste donne chiamate in causa si notano: Jeanne Moreau, Miranda Richardson, Emanuelle Laborit, la pornostar Ovidie e Luciana Litizzetto, che recita il messaggio in cucina mentre pela una cipolla.

Inoltre in uno spazio completamente buio, un video con due ballerine a confronto: una orientale indiana e una occidentale espriomono attraverso il linguaggio del corpo i loro sentimenti per la fine di questo amore e una differente percezione della sofferenza di un abbandono.

Il lavoro della Calle fin dall’inizio mostra uno studio ossessivo per la vita reale, ingigantendone i dettagli, spiando fino a diventare un’ossessione.

La Calle unisce fotografia, video, testi: NARRATIVE ART.

La sua vita diventa un’opera d’arte nel vero senso letterale della parola.

Il suo inizio è caratterizzato dall’opera “Les Domeurs” in cui chiama 29 persone, una dopo l’altra, a dormire per otto ore nel suo letto, annotando tutto del soggiorno e scattando una fotografia ogni ora.

Nei dieci anni successivi la sua spiccata vena vojeristica cresce. Ricordiamo l’opera “Hotel” (1981) dove l’artista si è fatta assumere da un albergo veneziano ed ha fotografato le stanze dei clienti, per coglierne le tracce , ed ha rubato inoltre anche i loro effetti personali per capirne la vita intima.

Oppure “La filature” (1981) dove assume un detective e si fa pedinare e fotografare. Lei intanto tiene un diario e scatta foto, per poi confrontare il suo lavoro e quello del detective.

Nel 1983 nel lavoro “Le carnet d’adress”, trova un agenda e chiama i numeri di telefono scritti dentro e chiede notizie a tutti quelli che rispondono del proprietario dell’agenda trovata.

Le interviste poi vengono pubblicate giorno per giorno sul quotidiano Liberation, creando così l’identikit dello sconosciuto dell’agenda.

Nel suo ultimo lavoro “Aveugles” (ciechi) la Calle raccoglie fotografie e testimonianze delle persone non vedenti, riflette sulla compensazione e la privazione di un senso, sul concetto di rendere visibile  un invisibile.

Così, in una intervista, l’artista spiega il suo lavoro “ È uno dei miei progetti preferiti. Ho incominciato nel 1986 ad avere voglia di preparare una mostra sulle persone non vedenti dalla nascita e sul loro concetto estetico. All’inizio mi sono frenata. Temevo di porre una domanda che poteva risultare scomoda, crudele. Poi ho conosciuto un non vedente e gli ho chiesto: “Cos’è per lei l’immagine della bellezza?”. Lui mi ha risposto: “Il mare, il mare a perdita di vista”.

La bellezza negli occhi di chi non può vedere.

Abbiate cura di voi.

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