INTERVISTA A PAOLO FRESU, UN UOMO IN MISSIONE PER CONTO DEL JAZZ

Da il 25 settembre, 2015

Fresu L'Aquila“Non basta saper suonare bene la tromba per essere appagati”.Sabato 26 settembre va in onda su Rai 5, in prima serata, uno speciale di 110 minuti sull’evento musicale “Il jazz italiano per l’Aquila” , il più grande ritrovo jazzistico mai realizzato in Italia svoltosi lo scorso 6 settembre nel capoluogo abruzzese.

La lunga maratona musicale ha coinvolto  600 musicisti per 100 concerti spalmati in 12 ore di spettacoli ed emozioni allo stato puro, registrando un incredibile quanto inaspettato successo di pubblico con le oltre 60.000 presenze provenienti da tutta Italia.

Abbiamo incontrato il musicista Paolo Fresu,  infaticabile direttore artistico del progetto,  che si è concesso in un’intervista raccontando  il dietro le quinte del grande successo .

 La “Maratona del Jazz” è stata un’esperienza unica per l’Aquila e per il panorama jazzistico italiano. Si aspettava così tanto successo di pubblico  e partecipazione?

 In effetti è stato un piccolo miracolo, non mi aspettavo così tanto successo e tanto calore. Ovviamente ci aspettavamo molto perché il nostro è stato un grande impegno, una specie di follia: abbiamo immaginato un evento poderoso usando mezzi importanti. Ci aspettavamo tanto ed alla fine abbiamo  ricevuto in cambio molto molto di più: non solo in termini di quantità di pubblico-sono giunti all’Aquila oltre 60.000 presenze- ma anche e soprattutto per il calore, l’umanità, la felicità degli artisti ed il coinvolgimento vivo e sentito da parte di tutti.

 E’ riuscito a mettere assieme 600 musicisti, 107 concerti ed oltre 60.000 persone giunte un po’ dappertutto. Quali sono state le difficoltà incontrate?

 Onestamente non vi sono state grosse difficoltà perché abbiamo potuto contare sulla grande generosità e disponibilità da parte dei musicisti e non solo: c’è stata la voglia da parte di tutti di contribuire, ognuno con i propri mezzi, alla buona riuscita dell’evento. Come dicevo i musicisti sono stati tutti immediatamente disponibili e non ho incontrato remore da parte di nessuno- ad eccezione di coloro che avevano preso già altri impegni. Le difficoltà maggiori sono state di tipo logistico-organizzativo,  legate alla complessità dell’evento  che si distribuiva in vari luoghi  differenti: tuttavia abbiamo potuto contare sulla preziosissima competenza di alcuni fra i direttori artistici dei migliori festival italiani che sono scesi in campo per dare una mano e dirigere le varie esibizioni. Insomma  si, è stato complicato, ma meno complicato di quello che poteva essere perché c’è stata una grande voglia da parte di tutti di dare un contributo, di esserci per davvero ed io credo che il grande successo della giornata sia stato determinato proprio da questo.

 In una recente intervista lei dice: “Non è sufficiente avere della musica, ma è necessario che la musica diventi l’epicentro della scoperta. E’ dunque la musica che alimenta il luogo in cui si trova, ma allo stesso tempo è anche il luogo che dà qualcosa alla musica ed in seguito è il pubblico che partecipa all’evoluzione di tutto ciò”. In che modo la città dell’Aquila ed il suo pubblico hanno contribuito al grande successo di domenica?

 Gli aquilani sono riusciti a darci veramente moltissimo grazie alla loro energia, vitalità e felicità di vedere la città per un giorno totalmente cambiata: naturalmente  la musica non ha risolto i problemi della città- per quelli non credo purtroppo ci sia una ricetta immediata- però sicuramente è stato un giorno memorabile ed importantissimo per tutti gli aquilani  e non solo. Parlo anche di quelle decine di migliaia di persone venute da fuori che hanno visto una città diversa, toccando con mano una realtà che magari fino a quel momento non conoscevano o avevano letto solo sui giornali. Ricordo che il giorno dell’evento continuavo ad incontrare persone che venivano a stringermi la mano e ringraziare. Questo è bellissimo, il senso del tutto.

 Girare per le vie del centro significava perdersi in un vortice di note, una processione festosa e danzante a ritmo jazz, occhi felici e commossi della gente. Che significato ha per lei tutto questo?

 Fin dall’origine abbiamo sentito la necessità di  chiarire i significati del progetto,  che erano pochi ma precisi: la solidarietà, la volontà di dare un segnale di positività, di energia, di vitalità e la necessità di rinnovare l’attenzione sulla realtà della città aquilana e dei suoi abitanti. L’altro significato importante era quello di testimoniare la ricchezza della scena contemporanea del jazz italiano,  una realtà incredibilmente fertile e  che magari  ancora non ha quella attenzione che meriterebbe.

Man mano che il progetto prendeva forma e sostanza però, mi rendevo  conto che in realtà i significati erano molti di più: non solo la solidarietà, non solo l’attenzione verso il jazz italiano ma anche la rappresentazione di quanto l’arte, la musica e la cultura in genere possano veramente dare un contributo fondamentale nel migliorare le nostre vite e la nostra società.  Nasceva spontanea la consapevolezza di quanto la musica, che è un linguaggio straordinariamente potente, sia capace di tenere uniti gli altri per riflettere, gioire, alcune volte per denunciare, altre per piangere, ridere… è in tal senso che il nostro lavoro di musicisti assume un vero significato. È giusto porre la musica in un luogo alto, perché la musica è in un luogo alto: i giovani musicisti che erano all’Aquila quel giorno si sono sentiti “importanti” perché artefici e partecipi di una cosa straordinaria. Il loro compito in quel momento non era solo quello di “suonare tanto per suonare”. Suonare all’Aquila significava molto di più: partecipare ad un progetto più ampio, qualcosa  di molto più grande perfino  di noi stessi. La musica in tal senso è un linguaggio capace di cambiare le cose ed allora noi in quel giorno lo abbiamo fatto dando quel contributo che potevamo dare-suonare- e credo che questa sia una metafora molto bella del senso dell’arte. In un momento in cui si discute dell’arte e dell’effimero,   eventi come questo ci ricordano di quanto l’arte e la cultura siano fondamentali  ed irrinunciabili all’interno di una società.

 Il ministro Franceschini ha pubblicamente annunciato che la manifestazione si ripeterà ogni anno, la prima domenica di settembre. Lei crede davvero che l’evento possa divenire un appuntamento fisso per l’Aquila e per  il jazz italiano?

Quando il ministro preso dalla felicità del momento ha fatto quell’annuncio, io a dir la verità, mi sono un po’ spaventato  perché sapevo quanto era stato difficile organizzare la cosa, nonostante tutto. Poi il giorno successivo, girando per le vie del centro ormai deserte, con i suoi cantieri aperti e quell’aspetto un po’ incolto ho ripensato  a tutto, a quello che era accaduto, a come abbiamo vissuto intensamente quella giornata e mi sono detto: “Perché no? Adesso sappiamo come funziona, conosciamo la città… in più, porre l’attenzione su una città come l’Aquila non è mai abbastanza! “ Inoltre, il cruccio che avevo è di aver potuto invitare “solo” 600 artisti. Così, il fatto di poter ripetere questa esperienza l’anno prossimo ci permetterà di  coinvolgere  altri musicisti ed avere una fotografia ancora più nitida e completa della scena jazz italiana. Penso dunque con molta probabilità che l’evento si rifarà, credo domenica 4 settembre 2016.

 Lei è il prototipo dell’“artista investito da più funzioni”: musicista, operatore culturale, direttore di festival. È chiaro che la sua attività trascende gli immensi confini del jazz e della musica in genere per spingersi addirittura oltre. Qual è il senso del suo lavoro? Quale la sua missione?

Io ho sempre pensato che l’artista debba utilizzare lo strumento che conosce per conoscere di più, per imparare, per relazionarsi con gli altri, qualsiasi sia lo strumento di cui dispone. Sia  che si tratti di un pastore in campagna- come era mio padre- di un musicista, un pittore o di un insegnante di scuola, non è importante il fatto in sé, lo strumento, bensì tutto ciò che c’è dietro e tutto quello che ruota attorno a questo. Ecco, io attraverso la musica ho potuto scoprire il mondo, imparare le cose, le  lingue, conoscere le persone e probabilmente non avessi fatto il musicista non avrei avuto questa opportunità: in fondo la mia è stata una bella fortuna, quella di essere un musicista! La musica dunque è per me il volano della scoperta, uno strumento magnifico da utilizzare per scoprire il bello, per migliorarci.  Credo anche che il musicista – al pari di qualsiasi altro individuo – abbia la responsabilità di dire la sua e di partecipare attraverso ciò che conosce alla costruzione della società. Io conosco la musica, è la cosa che so fare meglio e dunque quando posso utilizzare ciò che conosco per arricchire me stesso e dare una mano agli altri lo faccio sempre con una grande gioia, ed è proprio questo  che dà un senso a quello che faccio. Non basta saper suonare bene la tromba per essere appagati; questo va benissimo, ma se dietro quel gesto  ci sono  tante altre cose e tanti altri significati, ecco,  lì penso che l’artista possa davvero sentirsi parte di una società e dare un senso alla sua attività, qualunque essa sia.

 Grazie Paolo, torni presto da queste parti. Noi  la aspettiamo l’anno prossimo qui in Abruzzo.

 

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