DOLCE VITA OGGI: CHE GRANDE BELLEZZA, SORRENTINO

Da il 1 giugno, 2013

la-grande-bellezza-toni-servillo-in-una-scena-272271È difficile scrivere delle Grande bellezza, sopratutto se si è un aspirante scrittore fallito, con nessuna dote giornalistica e se si ha a che fare con il cinema non per lavoro,  ma solamente per pura, pulsante passione viscerale.

Allora vi chiederete perché mai io lo stia facendo. È una domanda senza risposta. Non si tratta infatti di una vera recensione. Non posso dirvi in che modo Sorrentino possa citare Fellini, non solo nel personaggio principale, ma anche, palesemente, in diverse situazioni,  o anche Scola,  o a detta di diversi addirittura Malick , né spiegarvi il perché in alcune ronde notturne, tra i monumenti ossidati e le strade sonnolente io abbia avuto delle reminiscenze delle prime scene de gli amanti del pont-neuf, quando Denis Lavant vagava spaurito senza meta. Ma dubito che Sorrentino si metta a citate Leo Carax. Seppur fosse, non sarebbe neanche un problema, ammesso che ve ne siano nel citare qualcosa. Tarantino, eletto a gotha del cinema citando qualsiasi cosa egli possa attingere dal calderone delle sua conoscenza non sembra farsene un problema, anzi.

 Jep Gambardella (Toni Servillo maestoso) dopo quarant’anni dal suo primo romanzo “L’apparato umano” è alla ricerca della grande bellezza, che lo faccia tornare a scrivere, in una Roma catatonica, dicotomica;  addormentata e canicolare durante le deserte ore del giorno, furiosa, grottesca e animale di notte, con la sua fauna mostruosa di pseudo artisti ed intellettuali tramortiti dalla loro grottesca demenza. Qualcosa sembra essersi irreparabilmente inceppato però, non nella mente, ma forse nel cuore, nello spirito di Jep. Non riesce più a percepire la bellezza, con uno sguardo oramai troppo addomesticato, naufrago tra party che ricordano tanto quelli di alcuni, reali personaggi della “Dolce Vita” dell’odierna Italia e i magici monumenti capitolini, che sembrano sospesi nel nulla, buoni solo come orinatoi per gatti e nient’altro.  La cerca in tutti i modi, nelle donne (la Ramona/Ferilli che recita anche bene in fin dei conti, con una sincera vena di malinconia), aggrappandosi ad un diario segreto della sua innamorata dell’adolescenza, che non verrà comunque mai letto.

Questo viaggio interminabile lo porterà ad esplorare il vuoto, il niente, citato poi più volte riferendosi a Flaubert.

A questo punto sembrerebbe che nemmeno l’arte possa riscattare la bellezza, tra performance estreme, grottesche, presunzioni e velleità, amici nascosti sotto la maschere dannunziane (Carlo Verdone), si può tentare di restituire un senso alle cose scavando nei meandri di un ricordo, di un confort personalissimo che però,  metabolizzato attraverso il tritacarne artistico rischia di  diventare solamente un trucco.

Il film sicuramente ha tanti difetti quanti i pregi. Una macchina da presa sinuosa negli architettonici movimenti barocchi, una fotografia minuziosa, talmente tanto infallibile alle volte, da risultare soffocante, tempi dilatati all’eccesso, un osare registico maestoso e infine una sceneggiatura troppo verbale, che sembra voler combattere con la parte visuale dell’opera, spaventata probabilmente dall’incertezza che forse solamente l’immagine potrebbe non bastare per restituire il senso intrinseco della bellezza incontaminata, delle cose, dell’arte stessa. Quella che troppo spesso si tenta in maniera volgare quanto disperata di voler capire, spiegare. Perché  mi chiedo io banalizzare, verbalizzare?  Ma l’amore lo si spiega?  La vita la si spiega? La fede in Dio? E seppure si potesse ne varrebbe davvero la pena? Sminuire, umanizzare qualcosa di unico e grande come la bellezza, per chissà quale forma d’arroganza. Sarebbe presuntuoso come ammettere di sapere e comprendere la verità unica delle cose, ma non si può.  Si potrebbe (dovrebbe a mio modesto parere) invece, umilmente, vivere e godere della bellezza.

La bellezza è la cosa che, pur non potendo restituirla,  più avvicina la verità, che non può essere verbale o traducibile. Una sensazione che ci prende dal didentro, mettendoci in comunione con il creato e con noi stessi, senza però spiegarci il senso.

È proprio questa la magia de La grande bellezza: La grande bellezza è la grande bellezza stessa.

Un’opera immensa, imperfetta, claudicante, un’opera prima che un film. Un’opera bellissima.

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