L’AQUILA TRE ANNI DOPO: REQUIEM FOR A LOVE

Da il 6 aprile, 2012

Anna aveva 17 anni. Luca, due primavere di più. Si erano conosciuti, come capita sempre più spesso a questa generazione spogliata di piazze, passato e sogni condivisi e condivisibili, per caso. Era stato feeling a primo tocco di mouse inesistente. Anna così morbida e risoluta. Luca un romantico idealista, che andava fiero della sua introversione. “Se la sensibilità volasse al potere”. “Se si tornasse ad arrossire, invece di ammazzarsi con le pallottole e con le parole”.

Quella sera gli abitanti di questo minuscolo paese aquilano appollaiato sulle pendici del Gran Sasso erano scesi per strada, in massa, impauriti, atterriti dall’ennesimo ruggito della terra che chissà perché ruggisce spesso quando si avvicinano le feste comandate, e chissà perché ruggisce sempre lì dove la natura è pur sempre stata Dea Matrigna servita e riverita; ma era giunto presto l’insindacabile contrordine delle ambasciate periferiche delle divinità moderne – le televisioni locali -, che avevano gridato loro ehi che fate, ehi tornate indietro, ehi è soltanto uno sciame sismico, ehi, non c’è più pericolo di terremoto, rientrate a casa. Strano: le tv italiane, la stampa italiana, da sempre brillano per autonomia e indipendenza dai poteri costituiti. Mica sono dei semplici e stupidi megafoni.

Anna cominciò a frequentare Luca perché adorava il suo look metropolitano, e i suoi occhi buoni. Luca cominciò a frequentare Anna perché andava pazzo per il suo anticonformismo, e per la sua aria da nipotina dei fiori. Luca scriveva. Scriveva miliardi di frementi parole che avrebbero fatto la fortuna di un cliccatissimo blog se solo fosse mai arrivato un soffio di segnale adsl, in quella terra dimenticata da Dio e da Google. Anna suonava. Suonava il basso in una band di all riot girls il cui confondibile suono strizzava l’occhio alla potenza geometrica ma pur sempre femminea di gloriose formazioni dell’indie rock angolare fine anni ’90, tipo le Sleater-Kinney. Sognava di vivere e morire di vita a Barcellona, ma invece era nata e tuttora abitava a Sulmona, in via della Noia 100. Luca si sarebbe trasferito in quattro e quattr’otto a Parigi, ma risiedeva a Capestrano, e ascoltava Guccini e Piero Ciampi e De André, e nessuno lo ha capito ancora, l’essenziale è invisibile agli occhi, cosa ci facessero insieme in quella sera di luna semipiena, incuranti di magnitudo e scale Richter e Mercalli, in quel paesino che oggi risplende nell’ombra, in un cartoccio di mattoni cariati, avviluppati, senza più vita, nel loro amore eterno.

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One Comment

  1. Concetto

    6 aprile 2012 at 10:26

    Bellissime parole per un ricordo amaro di un giovane…

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