MADRI A VITA BASSA, MA RAGAZZE A VITA ALTA

Da il 6 dicembre, 2014

St Vincent - The Wiltern Theatre - March 21, 2014Eravamo state coraggiosamente madri a vita a bassa, anche se non proprio tutte francamente potevamo permettercelo, e ora, con slancio e acume più vintage, di nuovo strette in una vita più alta.

Siamo passate dentro ogni bagno di colore e dal marrone spento siamo arrivate a considerare il Biondo ‘St Vincent’ un’immutabile categoria dello spirito.

Smalto sì, ma solo con la pelle bianca se no è cafone; rossetto anche, ma meglio col sole, che la sera t’invecchia. Abbiamo oltrepassato la frontiera di ogni tipo di ceretta fino alla dolorosissima ‘brasiliana’ (con o senza epidurale), vera Bad Godesber della tricologia femminile, e vero punto di rottura sul fronte di una fiera ascella pelosa e di un braccio alzato che, a ragione, aveva urlato: “Io sono Mia”.

Eri riuscita a stare con un piede nel collettivo che urlava “il rosa ha lo stesso colore di sempre: puzza!” e con l’altro nel collettivo della pastina, e non avevi capito mai se stavi cercando di mettere due piedi in una staffa sola o se erano proprio due cavalli diversi.

E quanta fatica doversi limitare all’happy hour di fine anno per sole mamme, per restare una quarantadue a vita. Vogliamo capire definitivamente che occorrono più quote celesti nelle scuole altrimenti si muore di noia? E se ci mettessimo una gonna a ruota anni ’50? Chi lo sa, magari è anche meglio della vita bassa quando ti cadono le chiavi dalla borsa.

E che creatura sorprendente quello che fa il padre a cottimo al parco: che tenerezza quando spinge la piccolina con le extension sull’altalena. Per non parlare di quello sudatissimo col carrello pieno e i gemelli piangenti, “Do una mano a mia moglie”, o di quell’altro che ieri dalla maestra non la finiva più (ovvero: i cosiddetti padri ‘presenti’ a che stadio di narcisismo si trovano?). Oh, come cambia in fretta la società!

Noi che fummo ragazze negli anni ottanta, e in provincia, imparammo molte più cose sulla libertà da Sex and the City che dai collettivi e dai trattati femministi. Perché ci sentivamo distanti da quel genere di donna che per non essere merce rinunciava a certe cose. Non che non ne capissimo il senso, ma ci sembrava troppo.

Avevate chiesto di ‘sputare su Hegel’ e noi, che la saliva volendo non ci mancava, abbiamo sputato anche su Kant, perché era veramente odioso non capirci quasi nulla. E da lì in poi, pur evitando con cura certi tayloristi del divertimento, dopo qualche inevitabile inciampo molte di noi si sentirono totalmente consolate da una compassionevole chick lit, e da una morbida Bridget Jones che, dopo una ‘scivolata’ in ufficio con il suo capo, presentandosi in un’altra redazione, alla domanda “perché stai cambiando lavoro?” rispose “perché mi sono scopata il capo”.

Abbiamo inoltre preteso di identificarci più con la pancia di Homer che con la saggezza e il turbante blu di Marge e condiviso tutti più o meno segretamente lo stesso tetro fallimento da rock star preterintenzionalmente non riuscite. Ma avevi fatto pace con questo disguido e un giorno, in piena sintonia con il tuo inconscio, avevi postato e creduto fino in fondo che nella prossima vita “sarai tu la cantante giapponese dei Blonde Redhead”. E questo ti faceva sentire davvero libera, un po’ come quando tenevi il sacco della spazzatura in mezzo alle gambe sul motorino; per non parlare del coraggio di accostare l’ottanio al marrone chiaro, o di mettere le righe sulla gonna a fiori. Calzedonia aveva vissuto e combattuto insieme a noi ma quanta sfacciata disobbedienza sociale avevamo trovato in un calzino da uomo a tre quarti?

Avevamo imparato a dire un no secco e definitivo, senza troppe spiegazioni e troppi rimpianti. Se uno non sa vedere e non sa capire la poesia che ho ricreato in bagno da ‘India alla Wes Anderson’ accostando un asciugamano color pesca ad una copertina incorniciata del New Yorker verde acqua, no, quella persona non può meritare il mio amore.

Ma se dovessimo riassumere in due parole tutto il fallimento di certe battaglie, eccole: Milf e Mammo.

Siamo diventate giudici, presidenti, e amministratori delegati, ma troppo spesso, quando nostro marito ci lascia ci mettiamo dieci anni per riprenderci. E se potessi infilarmi in uno spogliatoio maschile dopo il calcetto sentirei ancora qualcosa di molto vicino a “le donne sono tutte puttane”, e se potessi infilarmi a una ‘pizzata’ tra amiche sentirei ancora qualcosa che suona come “è uno stronzo perché non mi ama”. Ed è durante la mia camminata mattutina (mai arrendersi a un’ingiusta ritenzione idrica) che la realtà mi stupisce a oltranza: le femmine fanno finta di correre per raccontarsi mano nella mano dei mariti assenti e delle sante diarree quotidiane dei figli, i maschi corrono veloci da soli con una buona musica nelle orecchie.

Era questa la meravigliosa Sorellanza di cui si era tanto parlato? Abbiamo raggiunto la grande libertà di indossare All Star molto sporche, la grande responsabilità di una mutanda arricciata male sotto un leggins di pelle. Siamo libere di lavorare, produrre e decidere se e quando fare i figli; e siamo libere di possedere una bottiglia di Vodka ‘tutta per noi’. Ma senza più tacche sopra per controllarci. Ora ci sono le App sul telefono. E alla fine è quasi sempre così: “C’erano anche maschi a questa festa dalla quale torni tanto divertita alle tre di notte?”.

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