IL MAESTRO FERITO, E IL SOCIAL GURU

Da il 16 novembre, 2014

i-simpson-e-la-filosofia1Arriva sempre in velluto a coste e lenti molto spesse il Maestro Ferito, proprio come ai vecchi tempi, e ormai è lui che viene a cercarti. E’ piagnone come non mai ma non si abbandona all’isteria perché è sopraffatto dalla tristezza per il suo bel mondo che non c’è più.

Il Maestro Ferito non vuole perderti di vista perché è preoccupato per te, per la tua sensibilità e la tua intelligenza. Egli ti aveva esortato al ragionamento, addestrato alla libertà, allenato alla lucidità.

Ah! Braccia tolte all’agricoltura, che ora il grano dobbiamo prenderlo in Australia.

E va ripetendo nei convegni ipnotizzando più se stesso che gli altri, non si legge mica più, ragazzi miei, se vi lasciate risucchiare dal web, dalle distrazioni carogne e da quei social diabolici che altro non sono che campi di sterminio per aggettivi, congiuntivi e vita reale… Mentre prima, caro ragazzo. Prima era colpa della televisione. E prima ancora? Prima ancora la gente non leggeva perché proprio non sapeva leggere. Ma allora, quand’è che era meglio caro Maestro Ferito?

“Ahhahahahahah, J sorrisino, in effetti non saprei, però forse era meglio quando i libri li scrivevamo solo noi, onestamente”. Ma come parla Maestro Ferito, mica sta chattando?  

E poi non riduceteci a un cliché, posso testimoniare, è pieno di gente che dopo Maccio Capatonda, prima di andare a dormire, si getta a capofitto e con passione nell’Antologia per il biennio, lo giuro.

Eppure lui non ci crede e tuona dal Festival della filosofia: attenti cari ragazzi che scrivete sui social, attenti, che così lavorate gratis. E mai forse gli potrà venire in mente quanta verità si cela dietro un adesivo, un piatto di prosciutto ben affettato, una foto grondante di gel anni ottanta; e quanto amore in tutto questo immenso scrivere gratis.

Ragazzo, attento alle gratificazioni facili, perché ti pugnaleranno alle spalle. Com’era bello quando potevamo essere narcisisti solo noi.

Ragazzo, attento alla gloria, fuggi da quel bene effimero che è il successo, perché resterai senza niente. Com’era bello quando la gloria e il successo l’avevamo solo noi.

Ragazzo, non credere all’inganno dell’autopromozione, intensa eccitazione lunga solo un attimo, fugace e inutile come un’auto che curva bene in Cornovaglia. Com’era bello quando avevamo le spalle ben coperte da un’immortale Università, o da un’imperitura Casa editrice. E dimmi ragazzo, quanto te la pagano quest’arte che produci?

Il Maestro Ferito ti rimprovera, ma che foto brutte che fai col tuo smartphone, guarda piuttosto come sono belle le mie fatte con questa dogmatica Leica degli anni ‘30. Perché lui difende la ‘vita reale’ e studia a fondo l’algoritmo che spiegherà la scomparsa del trapassato prossimo dai nostri commenti; studia un controcanto efficace che suoni più forte del canto delle sirene virtuali; e ancora, studia per rendere smart il velluto del suo completo, lasciandosi tentare talvolta dal gusto perverso e populista di un ‘ma anche no’.

Ma era stato proprio lui tanti anni fa a farti capire che il ‘reale’ è un concetto davvero complesso, a farti scoprire il “sex appeal dell’inorganico”, a buttarti fra le braccia di Adorno e Benjamin per poter avere una lettura chiara di quel che succede ad agosto in un autogrill.

Il Maestro Ferito guadagna tanto, ha una valanga di diritti patrimoniali e dei diritti morali inalienabili che solo un’amante ghostwriter potrà accarezzare. (“Nel mio cuor, nell’anima, c’è un prato verde che mai, nessuno ha mai calpestato, nessuno. Se tu vorrai conoscerlo, cammina piano perché, nel mio silenzio, anche un sorriso può fare rumore”, le aveva cantato).

Ed è quando incontra il suo nemico più pericoloso che il Maestro Ferito, in preda a un’emorragia di empatia, si abbandona accorato ad un ferocissimo hate speech. Perché un fantasma si aggira nelle piazze virtuali, ed è più nefasto di un kindle, del Burraco, e della Pizzica rivisitata. Il nemico numero uno è il social guru, con il suo esercito di Like. Quello con cui gli orfani della Dead Poets Society mai avrebbero creduto di dover fare i conti.

Oh Capitano! Mio Capitano! E pensare che eri pieno d’amore un tempo, e invece adesso la tua anima è assai meno generosa di un business angel qualsiasi e ci viene il dubbio che qualsiasi mondo, per te, sarebbe il peggiore dei mondi possibili, ora che la boria si è sciolta in amarezza.

Attento, Maestro Ferito, che a sputare su tutto poi si annega tutti insieme. E più che apocalittici o integrati, forse bisognerebbe essere biocompatibili e poi, con più umiltà, biodegradabili.

Anche se i vecchi maestri restano sempre nel nostro cuore e certe cose non si dimenticano mai, come l’alito al caffè della perfetta pronunciation della prof d’inglese, o le unghie laccate fuori ma sporche dentro della prof di latino.

Ma dico io, Maestri Feriti, che vi è preso? Potevate dirlo, ci si stringeva un po’… Non si può stare tutti insieme su questo grande Treno Regionale?

 

 

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