LA VITA VISTA DALLA GUERRA: ROBERT CAPA

Da il 4 settembre, 2012

Volendo fate ancora in tempo. Io ci sono stato, e mi ha folgorato. Per coerenza etica, poesia estetica, tensione artistica, passione umanitaria. Per la capacità di catturare dentro uno scatto lo spirito lancinante, muto ma assordante, di un’epoca. Gli anni più bui del Novecento, quando la guerra era un panorama fisso e scontato. E lui non se ne perse una, fu sempre, unico, in prima linea. Sacrificio e grandezza del più grande testimone meta-oculare del Secolo Breve e Guerrafondaio.

Fino al sedici settembre è ancora visitabile, a Verona, nelle viscere archeologiche del Cortile del Tribunale, la mostra ROBERT CAPA, realizzata da Magnum Photos (la celeberrima agenzia che lo stesso Capa fondò nel 1947 con Henri Cartier-Bresson e David Seymour), che rende omaggio a uno dei più giganteschi fotografi del XX secolo.
Il percorso espositivo è innervato da 98 fotografie in bianco e nero, 98 capolavori per potenza sia emotiva che iconografica; e si apre con il primo reportage realizzato da Capa, nel 1932, a Copenhagen, durante una conferenza di Leon Trotsky, nella quale il grande fuoriuscito, teorico e oratore russo, costretto all’esilio, metteva alla luce per la prima volta i crimini dello stalinismo. Seguono gli anni del Fronte Popolare a Parigi, la guerra civile di Spagna, l’invasione giapponese della Cina, lo scoppio della Seconda guerra mondiale, che Robert Capa seguì in avanscoperta su più fronti, fu lui a documentare in tempo (truculento) reale, a rischio immenso della sua stessa vita, lo sbarco americano in Normandia… Ecco la liberazione di Parigi dai nazisti, giornata di festa, mentre i cecchini sparavano dai tetti.

I reportage in Unione Sovietica nel 1947, quella sterminata costellazione o collezione di nazioni che si piccava di essere la culla dell’uomo nuovo lo sconcertò non poco; il viaggio in Israele nel 1948, per raccontare la nascita dello stato Ebraico; l’ultima rotta fatale, l’Indocina, nel 1954, dove perse la vita saltando su una mina antiuomo, aveva soltanto quarant’anni e morì il 25 maggio, “morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio”, cantava De Andrè, e a Robert Capa questo, e non solo questo, non è mai mancato, che senso avrebbe, altrimenti, vivere?

Volti e fisionomie che sembrano di oggi si accavallano in un banale carosello infernale quotidiano, voluto dall’uomo sull’uomo. La grottesca abiezione della guerra spiata dal portone principale della vita. Un  giovane lealista e un giovane repubblicano spagnolo che oggi magari brinderebbero a short drinks nsieme sulle ramblas, qui, appena ieri, si ferivano a morte. La morte, e la neve, che piovono indifferentemente dal cielo. Le truppe del caudillo Franco stanno per entrare a Barcellona, ci si prepara alla mobilitazione. Un soldato-bambino cinese, maschera di compunzione. Gli occhi tragici di un soldato alla cerimonia di congedo delle Brigate internazionali. Suonano di continuo le sirene  antiaeree. Si guarda, con le buste della spesa, in alto. C’è persino chi sorride.

E infine i ritratti di Ernest Hemingway, William Faulkner, Henri Matisse, Pablo Picasso. Erano questi gli amici del cuore di Robert Capa, un tipo allergico a ogni retorica e a ogni cliché, un giovane uomo dotato di una simpatia carismatica e travolgente, pieno di relazioni sociali sincere ovunque, pieno di vita, ogni luogo era anche il suo luogo, ogni uomo era anche il suo uomo.

Robert Capa, che aveva tutte le carte in regola, non si definì mai  un Artista. Ma lo è stato pienamente. Ed è stato anche un Grande Uomo.

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