IO, GIOVANE DOCENTE PRECARIA, CHIEDO RISPETTO

Da il 18 ottobre, 2012

(Ilaria – è proprio lei in foto -, diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Roma, è una giovane insegnante precaria, un’appassionata docente di storia dell’Arte. Insegna sia alle Scuole medie che al Liceo).

Perché io mi sono stancata.
Ho fronteggiato, in questi sei anni di precariato, in ordine sparso: orfani sociopatici, ragazzine demotivate, lupi mannari, mostri immaginari, colleghi mummificati, riunioni sclerotizzate, presidi in crisi di mezza età, giovani in crisi adolescenziale.

Ho affrontato la neve, il caldo, la fotocopiatrice che non fotocopia, i libri inutili, le ore di alternativa alla religione che non ci sono, i filosofi mancati, gli studenti pignoli, i genitori assenti, e quelli presenti, le giornate della memoria, i minuti di silenzio, il frastuono della ricreazione, la filosofia spicciola, le risate e gli amori, le tette che spuntano, i baffi e gli esami, consigli di classe infiniti o frettolosi, le prese di posizione assurde, le liti da frustrazioni infinite.

E io ne rido. Perché giorno dopo giorno non c’è niente di meglio che vedere gli occhi di una persona che capisce qualche cosa. Credo sia uno dei piaceri della vita. E’ come risolvere un gioco impegnativo.
Insegno quel poco che so.
Non sarà sempre abbastanza.
E mi domando (utopicamente) sempre più spesso se non sia necessario sedersi attorno a un tavolo e domandarci tutti, alunni, genitori, insegnanti e ministri: cosa vogliamo farci della scuola?
E gradirei, come se lo gradirei, che per strada la gente, i genitori, mi dicessero: grazie.
Perché è uno sporco lavoro costellato di frustrazioni e lotte contro i mulini a vento della burocrazia, del pressapochismo, dei codici civili applicati con pura paranoia, il mondo in cui tutto è fatto e misurato in base alla misura “se muore un ragazzino” e poi i ragazzini muoiono perché crollano i soffitti, perché dormono nelle case dello studente o semplicemente perché vanno a scuola in una mattina sbagliata che scoppia una bomba.
E per fortuna c’è chi ha ancora voglia di farlo questo lavoro, facendolo al meglio, e ce ne sono, e ho la fortuna di averne conosciuti, io, fossi un genitore, un gommista, un pornografo, un politico, in ogni caso gli direi grazie.
Grazie perché ti affido mio figlio per un quarto della sua giornata, perché ci passate più tempo di me, perché il mondo sarà salvato dai ragazzini.
Serve darci quattromila euro al mese per avere questo rispetto? Temo di si, in questo mondo che misura le cose col bilancino.
E ora che vorrebbero farci lavorare sei ore in più gratuitamente mi chiedo, cosa siamo? Dei tappabuchi nelle ore di supplenza?
Il rispetto e il valore di questo lavoro viene ancora ignorato, e violato, in nome di una adeguatezza europea solo di facciata.

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