SUL VASCELLO DEL MIO TEMPO: INTERVISTA A ERRI DE LUCA

Da il 6 luglio, 2015

erri-de-lucaIl suo volto è un labirinto di strade che s’incrociano: ogni strada una ruga, ogni ruga una storia da raccontare. Due fessure color del mare, semichiuse, portano i segni del tempo e della “fatica di chi non si è risparmiato”, come direbbe lui stesso.

Lui è Erri De Luca, ci parla con una vocina sottile sottile, da preghiera, quasi a non voler disturbare troppo chi lo ascolta. Eppure quelle parole non disturbano affatto, arrivano dal mare come vascelli carichi di immagini e ricordi. L’eco delle sirene accompagna il viaggio di quei bastimenti: sirene di guerra, messaggere della morte, il loro grido ha il colore delle bombe e del sangue annunciato in anticipo,  per dare il tempo o  l’illusione di correre ai ripari. Passano gli anni, e la voce di queste sirene non  invecchia mai: la cantilena di morte si ripete uguale, a Sarajevo come nella Napoli in tempo di guerra, raccontata dagli occhi di sua madre, la  musica è sempre, disperatamente, la stessa. Si capisce parlando con Erri che la guerra per lui non è solo una storia antica, tramandata dalle bocche stanche di vecchi soldati. La guerra è stata per lui un presente invocato, un’esperienza cercata e vissuta quasi come un dovere, come lui stesso racconta ricordando il periodo trascorso come autista di convogli d’aiuti nel conflitto bosniaco.

Accanto al suono delle bombe, nelle sue storie danzano e cantano anche le sirene dell’acqua, figlie del mare, ingannatrici irresistibili. Sono loro capaci di trasformare la tragedia in canto, poetesse di un tempo crudele, di guerra e di morte, in cui la poesia e la letteratura portavano il peso  di una grossa responsabilità: quella di rendere libera la sua gente. A tal proposito, lo scrittore ricorda le serate di poesia a Sarajevo, sotto i bombardamenti, in cui gli uomini si riunivano in gran segreto sperimentando il disarmante potere della parola. La poesia gli univa, li elevava ed i versi si facevano carico delle sofferenze e delle tragedie del tempo, liberandoli.

I suoi libri sono un concentrato di queste suggestioni,  di queste mancanze, di questi ricordi e di molto di più.

Noi lo abbiamo incontrato – guarda caso – sulla riva del mare, in Abruzzo, siamo saliti a bordo del suo vascello e ci siamo lasciati trascinare dalla forza della sua corrente, lontano dalla terra ferma, semplicemente altrove.

 Nel descrivere la funzione della poesia del ‘900 lei cita i versi di Pablo Neruda: “Io non sono venuto qui a risolvere nulla/Sono venuto qui per cantare e farti cantare”. E oggi,qual è secondo lei la funzione della letteratura? Di cosa si sente responsabile quando scrive?

 La letteratura serve a tenere compagnia. Poi può servire a trasformare i lutti, le tragedie in materia narrativa e in canto. In caso di tirannia e di censura, serve da resistenza pura contro i silenziatori. Nel mio caso giudiziario la mia parola è servita da amplificatore delle ragioni di una solida e duratura opposizione civile di una vallata. Uno scrittore in qualche caso può fare da antenna, lanciare più lontano il segnale.

Ogni periodo, ogni età storica è imbevuta di uno spirito particolare, di un’atmosfera, di un sentire comune. Saprebbe descriverci  lo spirito del nostro tempo?

Lo riassumo in una espressione Latina: “Habeas Corpus”. Sono 800 anni che con questo nome fu emanata la prima legge a tutela del corpo di un individuo contro i soprusi delle autorità. Oggi il corpo del cittadino è aggredito da spargimenti di veleni, di materie tossiche, di rifiuti maltrattati, di scarichi industriali, di stupro del territorio. Molte lotte civili non hanno ancora ora trovato il denominatore comune che indico con la urgenza di un nuovo Habeas Corpus.
Ha certamente sentito parlare del caso “Ombrina Mare” e delle  proteste del popolo abruzzese. Cosa ne pensa? Vuole dire qualcosa a questa gente che lotta per difendere il suo mare?

 Dico di non sentirsi soli, ma parte di un corpo sano che attiva difese immunitarie contro le aggressioni di chi spaccia per progresso qualunque infamia contro il bene comune. Difendere la bellezza è l’unica opera di interesse strategico del nostro paese, del nostro futuro, inoltre della  nostra economia.

In cosa crede?

Nelle persone: in ognuna c’è un giacimento di buone energie che cercano di trovare applicazione.
Qual è la sua ossessione?

Non ne ho, dormo sodo e ho nervi a posto

Se avesse un figlio di 18 anni, pronto ad iniziare la sua vita, cosa gli direbbe, cosa gli consiglierebbe di fare?

Non mi posso permettere questa immaginazione, non sono padre. Sono rimasto figlio.

Dove si sente a casa?

Dove scrivo.

Pensa spesso alla morte? Quali sono le occasioni, i momenti  in cui si sente vivo?

Non ci penso spesso , quando me la sono trovata vicina non mi sono spaventato. Mi è capitato diverse volte, ma non posso prevedere come mi comporterò la prossima.
C’è un passo in un suo libro in cui lei scrive: “Molto del destino di ciascuno dipende da una domanda, una richiesta che un giorno qualcuno, una persona cara o uno sconosciuto, rivolge: d’improvviso uno riconosce di aspettare da tempo quella interrogazione, forse anche banale ma che in lui risuona come un annuncio, e sa che proverà a rispondere ad essa tutta la vita”.

Ha voglia di dirci qual è questa domanda per lei? E ha trovato una risposta?

Le circostanze del mio tempo mi hanno presentato una domanda e ho creduto di dovere rispondere. Quando è tornata la guerra in Europa negli anni ’90 sono andato in Bosnia come autista di convogli di aiuti. Quando il mio paese ha partecipato ai bombardamenti  aerei su Belgrado, sono andato a Belgrado. Dopo un naufragio di viaggiatori sono andato a Lampedusa. Rispondo a casaccio a domande che mi sbattono in faccia.
Lei è felice? O comunque, lo è mai stato?

Sono felice molto spesso per brevi istanti. Non li posso prenotare, arrivano e si dileguano lasciandomi l’impressione di essere stato felice.

 

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