SUTOR: OLIVA E MAMBELLA PORTANO IN SCENA UNO SPETTACOLO ESEMPLARE

Da il 26 febbraio, 2018

TEATRL– “Raccontami una storia…”.

– “No, ora sto pensando”.

– “Allora smetti di pensare. A cosa stavi pensando?”.

Inizia pressappoco così l’ultimo lavoro a quattro mani firmato da Edoardo Oliva e Vincenzo Mambella, anime del Teatro Immediato: Sutor.

Una pièce teatrale, dialogata tra due fratelli intenti a fare ragionamenti pacati sull’aldiquà e sull’aldilà.

Il tono è mesto, la scena fissa, lo spettatore ha la sensazione di spiare dal buco della serratura due innocui fratelli arresi e vinti alla vita, tanta la staticità delle loro consunte esistenze.

Due calzolai, una scenografia credibile, ci sono forme e attrezzi del mestiere che sembrano usciti da una bottega di fine guerra.

Non ci sono altri interlocutori.

Il dialogo di memoria beckettiana si interroga sul consumo temporale della vita.

Sull’uso della vita e sul tempo.

Ci sono due fratelli, due fratelli soli che vivono l’uno per l’altro, da quando la mamma è morta e anche il papà.

Mattone dopo mattone, scarpa dopo scarpa, il castello della propria esistenza si è piegato e via via è crollato.

Cosa c’è dopo la morte?

Come faccio ad essere sicuro che rivedrò la mamma?

Perché morire?

Non potremmo prefigurare una morte collettiva di massa?

– Perché se tu muori io no.

Non sarebbe meglio morire o tutti o nessuno?

Che cos’è la morte? Non è forse come dormire senza sogni?

– Il calzolaio non si spinga oltre le sue scarpe.

Ecco, un fratello è più pragmatico, il suo fine è il suo mezzo, la sua ragione di vita, mentre l’altro si consuma con ossessione sulla verità dopo la morte.

Il climax si trasforma in un racconto inquietante seppure mesto tra vecchie storie, racconti, vicende pinteriane di vita che tra onirico e flussi di coscienza spostano l’attenzione sul sentimento di vendetta, sulla disperata ricerca di prove che diano certezza della vita dopo la morte.

Il dialogo tra questi due disperati  diventa confessione solitaria di orribili morti avvenute al buio, senza lucidità.

Il testo è un piccolo miracolo di azione progressiva benché immobile verso i ricordi, i monologhi, i pensieri, la fissità, la morbosa curiosità verso la morte, verso il senso del destino, dell’ineluttabile, disposti a tutto pur di portare prove irreperibili.

Una piramide che si spezza mattone dopo mattone con la perdita dei propri cari e una salita-discesa verso il cielo-inferno.

Prima di andare a dormire insieme per l’ultima volta.

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