A PROPOSITO DI NEVE

Da il 3 febbraio, 2012

L’INVERNO DI PRAGA

Ai tempi dell’epocale Primavera non ero ancora nato, durante la Rivoluzione di Velluto ero assorbito dai primi pruriti adolescenziali, sono stato a Praga, temperatura media percepita meno venticinque gradi, costo totale del viaggio, comprensivo di andata e ritorno in aereo con bagaglio a mano, o meglio, a pelo (cioè nascosto nelle parti intime per risparmiare sulle spese di imbarco) (notare il mio umorismo smagliante, sarà l’influsso del centenario virtuale di Flaiano), vitto ottimo e abbondante, alloggio nell’amabile residence Casa Italia, magliette Cccp con effigie di Stalin che parla ai Soviet dei marinai e svariati massaggi per lenire la mia celeberrima cervicale… 230 euro. Metti i viaggi in calendario, se puoi farli da proletario! (Ve l’ho detto che sto in formissima).

Prologo (o epilogo). Nella rigorosa metropolitana di Praga, costruita nell’indimenticabile era del Patto di Varsavia, con scale mobili velocissime, regna un silenzio tombale, i naziskin cedono il posto ai barboni, i tossici fanno scendere le vecchiette, le gang ispaniche discutono di architettura eco-sostenibile, nessuno ti posa addosso  uno straccio di sguardo, i cechi sembrano tutti abbottonati e freddi, ermetici; così, quando arriva il giorno del ritorno at home, all’aeroporto di Praga, nel gate degli italiani diretti a Roma Ciampino, si consuma il colossale trapasso antropologico-culturale. Cori, grasse risate, menheiti e lambade di gruppo. A bordo dell’aereo l’apoteosi. Io, Maurizioski, e la mia amatissima dama, Mariangeloska, ci mettiamo a giocare a carte, a scopa, tipo Pertini, Zoff e Bearzot sul volo di ritorno da Madrid dopo i Mondiali del 1982. Le algide hostess e i rigidi steward cechi ci osservano raccapricciati. Un compatriota poco distante da noi accorda il suo mandolino. Altri intonano “Italia amore mio”, del trio Pupo/Emanuele Filiberto/Luca Canonici.

 

Epilogo (o prologo). Il nostro arrivo notturno a Praga era stato traumatico. L’intera città seppellita sotto la neve. Meno male che Maurizioski e Mariangeloska, sempre previdenti, si erano equipaggiati come freddo continentale comanda. Abbigliamento di Mariangeloska: giubbino di piuma d’oca rinforzata con filamenti di rame, già appartenuto a un suo bisnonno deceduto nella Campagna di Russia; scarponi da doposci con lucette anabbaglianti acquistati, in cambio di carciofini sott’olio fatti in casa, da un ambulante cinese buongustaio; cappellino modello aviatore disperso senza un perché nel Polo Nord o almeno così sostiene Giacobbo di Voyager.

Nel mezzo. Sette giorni memorabili. La crema di melanzane Albert, di una bontà commovente, costava 15 corone (60 centesimi di euro). Eravamo ricchi, avevamo sempre centinaia di corone ceche in tasca. Praga è una capitale europea orgogliosa, bella, colta e bifronte. Quarant’anni di dominio sovietico, che pure si allungano ancora specie nelle tetre periferie, non hanno interferito con il retaggio austroungarico che fa di Praga una sorta di Vienna iperrealistica. Il Castello, il Ponte Carlo, Mala Strana, il jazz club dove suonò Bill Clinton, il Centro commerciale Palladium tra i più grandi d’Europa, la trattoria self-service sotto casa, La Traviata nel monumentale Teatro nazionale, le buonissime cioccolate calde, il Ghetto ebraico, Piazza Venceslao dove andavano in gita fuoriporta i carri armati di Breznev. E indovinate un po’ che canzone risuonava in diversi bar praghesi? “Sereno è”, di Drupi.

 

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