AMERIKA OGGI (REST IN PEACE, GORE VIDAL)

Da il 1 agosto, 2012

(Oggi è morto, a 86 anni, nella sua casa di Hollywood, Gore Vidal, scrittore, sceneggiatore, saggista e grande giornalista americano. Tre o quattro anni fa “gli dedicai” questo mio scritto. Ve lo ripropongo).

La storia a stelle e strisce, e gli altri. La verità ufficiale, le verità più vere perché mistificate in fiction. E le altre. Il grillo parlante. E noi. Silenzio in sala: parla Gore Vidal, tra i migliori osservatori del lato oscuro del sogno americano. “Noi americani siamo gente astorica. Viviamo dentro un eterno presente”. “L’America deve essere considerata una grande potenza culturale? Potenza e letteratura non sono mai andate d’accordo”.

Era un sabato mattina, stavo ancora ubriaco dalla notte prima, era l’Aula magna del Liceo Classico, correva l’ottobre del 2001, a Pescara non c’era ancora il “monumento” di Toyo Ito, né tutte quelle rotatorie, ma bisogna altresì dire, che a Pescara non c’era proprio un cazzo, i gip non ancora depositavano ordinanze omicide o suicide, a giorni alterni, gli amministratori pubblici non ancora si ammalavano di strani morbi “ingravescenti”, alias temporaneamente permanenti, anzi giocavano a tennis tutti i giorni, tutti spettati, Renato Brunetta e Mara Carfagna non ancora assurgevano a ministri della Repubblica, Obama presidente degli Stati Uniti d’America era ancora una pia utopia.

Paolo Fox mi aveva predetto un weekend sessualmente burrascoso. Branko no. Gore Vidal iniziò a parlare. Austero, carismatico. Politicamente scorretto. Iniziò a frustare tabu e cliché. Iniziò a slabbrare i buchi neri della coscienza collettiva. Pochi lì per lì capirono chi si trovavano davanti. Sicuramente nemmeno gli organizzatori dell’incontro. Tanto che all’incontro c’erano soltanto gli studenti del Liceo ospitante. Più il sottoscritto, già ventisettenne, lì a smicciar diciottenni. Addirittura Gore Vidal. Uno dei principali scrittori americani viventi, celebratissimo romanziere storico, saggista che non l’ha mai mandata a dire. Ogni sua nuova uscita editoriale provoca piccoli terremoti nell’establishment dell’Impero. Ogni sua conferenza è un’aggressione a freddo al pensiero convenzionale e convenzionato delle anime belle.

Vidal è un americano un po’ atipico. Sempre dalla parte del dubbio e dei perché. Un mese prima, al Festival delle letterature di Mantova, aveva divinato l’11 settembre alle porte: “Noi americani non riusciamo proprio a capire perché siamo tanto odiati. Non ci spingiamo mai in profondità nell’analisi delle cose”. Quella mattina tornò sul tema: “L’attacco dell’11 settembre l’abbiamo provocato noi stessi. C’è sempre stata, nella nostra industria culturale, una forte tendenza al catastrofismo”. I suoi romanzi sono sempre particolarmente intrisi di verità: “Quando scrivo di personaggi storici, non esiste diaframma tra realtà e fantasia. Li ho conosciuti tutti, in carne e ossa, dai coniugi Roosevelt in poi”. Anche io. Li ho conosciuti tutti. In (molta) carne e (poche) ossa. Da Giorgio D’Ambrosio in poi.

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