SE UNA NOTTE BOB DYLAN NON CI SORRISE MAI

Da il 11 marzo, 2012

Nel 2001 al Pescara Jazz arrivò Bob Dylan. Per una cifra astronomica e previa promessa di appagamento di capricci-da-star piuttosto bislacchi e demodé, parve. Quella sera c’ero anch’io.

Era stato dato per spacciato, Bob. Finito, morto. “Il mondo è cambiato, caro il nostro irriducibile menestrello”. Il Novecento era un lontano ricordo di sangue rappreso di fresco e Bob era ancora lì, col suo inesauribile Neverending Tour, col suo mistero inviolato. L’aveva detto lui stesso, del resto: “Chi non è occupato a risorgere è occupato a morire”.

Come ebbe a scrivere il Principe Stizzoso del giornalismo culturale locale, con fior di stipendio, sentendosi uno 007, era scattata l’ora X e sul palco di quel Teatro d’Annunzio che aveva da poco ospitato lo spettacolo di Rodolfo Laganà si manifestò davvero Lui, Bob Dylan, al secolo Robert Allen Zimmerman, che si guardò intorno con aria ispida e divertita, sperduta, scazzata, come a voler dire ”Che ci faccio qui?”, oppure “Dove sono, qui?”, oppure “Fuck. Fuck. E fuck. Qua mi sembra di stare alla cerimonia di insediamento del Consiglio comunale. Libertà per Sacco e Vanzetti! Viva l’anarchia”. Le prime file del Teatro erano occupate – come da secolare tradizione del Pescara Jazz – da politici avvocati notai commercialisti dentisti lobbisti baroni universitari vertiginose cariche militari la Triplice sindacale al completo grandi faccendieri di Stato latifondisti e mezzadri dell’Antistato intellettuali diportisti e riportisti d’Area. Tutti elegantissimi e abbronzatissimi in quella serata leggendaria. Era scattata l’ora X.

Per non dire delle rispettive compagne partner fidanzate girlfriends amichette sentimentali mogli consorti dolci metà altre metà del cielo coniugi conviventi amanti concubine accompagnatrici co-co-co e rococò, o a progetto. C’è chi, per accaparrarsi un biglietto-gratis-status-supremus, che costava centomila lire, e i tagliandi andarono esauriti in undici minuti, si fece tatuare in fronte, in caratteri miniati e all’aroma di pescespada alla griglia, il vibrante discorso di saluto del sindaco del tempo, Carlo “dandy” Pace.

Quella sera la nostra città salì sul bastimento della Storia e non più Spalato e Hvar al nostro orizzonte ma l’Isola Promessa della libertà, dell’uguaglianza, dell’amore… Quando il poeta eternamente candidato al Nobel, l’antidivo mai prigioniero del suo stesso mito, l’artista che fuse la controcultura del Greenwich Village con l’epopea di strada degli hobos, il cantore dei sogni, dei malesseri incappucciati della modernità… Imbracciò la sua chitarra, regalandoci, per centomila lire, le sue Visioni.
E noi applaudimmo, applaudimmo, applaudimmo, Señor, quanto applaudimmo. Ma Bob non ci sorrise mai. Come non capirti. A te ‘stu cafone.

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